E Mussolini dispose che i teatri milanesi non mettessero più in scena le commedie di Viviani…

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Alcuni aspetti della politica culturale di Mussolini trovano riscontro, ancora oggi, nelle scelte di qualche governo europeo, affascinato dalla parola “regime”. Mussolini conosceva bene Napoli, grazie anche alle relazioni che gli fornivano i Napoletani ai vertici del movimento. Egli si propose dal primo momento di far sì che la borghesia colta e “moderna” cancellasse per sempre dall’immagine della città i segni dei lazzari, dei vicoli, dei venditori ambulanti, di quel mondo pittoresco che i viaggiatori dell’Ottocento avevano descritto con simpatia, e talvolta con sprezzante ironia. La “condanna” degli “Indifferenti” di Moravia.

Nei primi anni del governo fascista il mondo della cultura italiana venne agitato dalle polemiche sui modi per realizzare il progetto dell’Enciclopedia Treccani e dalla contrapposizione politica, filosofica, culturale tra due gruppi: da una parte Giovanni Gentile, Alberto De Stefani, Ugo Oietti, dall’altra Benedetto Croce, Giuseppe Lombardo Radice e Emilio Cecchi. Le intenzioni del regime incominciarono a delinearsi quando, nel 1929, Moravia pubblicò “Gli indifferenti”. Il romanzo, ristampato più volte in pochi mesi, ottenne il plauso del pubblico e della critica. Sul “Corriere della Sera” G.A. Borgese scrisse che la trasparenza della prosa poteva essere “un po’ neutra”, che il vocabolario poteva apparire “un po’ generico”, ma che “l’effetto complessivo è di sanità, di vigore”. Ma sul romanzo si abbatté, improvviso, il giudizio durissimo di Arnaldo Mussolini, fratello di Benito, il quale condannò Moravia come “distruttore di ogni valore umano” e lo paragonò a Erich Maria Remarque, uno scrittore che i fascisti consideravano “demoniaco” perché nel suo capolavoro “Niente di nuovo sul fronte occidentale” aveva demolito un mito, “la grandezza della guerra”. Un bersaglio della critica fascista fu da subito il teatro di Raffaele Viviani. Nel saggio “La Napoli amara di Raffaele Viviani”( pubblicato in “Napoli nell’immaginario letterario dell’ Italia unita”- Atti del Convegno del 6-9 2006 – Napoli, 2008) Clara Borrelli cita un articolo del giornale “L’ Impero” (21 marzo 1926) in cui si indicavano le intenzioni del fascismo per favorire una radicale trasformazione della città: “ Napoli farà anch’essa la sua brava toletta e le sue strade splenderanno sotto il sole, terse come specchi; gli erbivendoli girovaghi non grideranno più la loro merce con le cantilene sguaiate e moleste; gli spazzini avranno la loro brava uniforme; gli scugnizzi smetteranno i loro sconci lazzi; la biancheria di bucato non sarà più sciorinata davanti agli usci o appesa alle stecche delle persiane e i bassi non saranno adibiti ad abitazione.” Le commedie di Viviani celebravano, invece, secondo la critica fascista, proprio la Napoli che doveva scomparire: e già nel 1923 fu ordinato ai teatri milanesi di non metterle in scena. Secondo Antonio Ghirelli il commediografo cedette alle pressioni del regime e scrisse, nel 1926, “Napoli in frac” e nel 1932 “L’ultimo scugnizzo” che, scrive Ghirelli, rappresentano la città “come l’immagina l’ufficio stampa e propaganda del partito”. E’ un giudizio che non mi convince: anche in questi due testi Viviani va oltre le apparenze, e “sente” e rappresenta l’importanza dei valori della Napoli “bassa”, senza i quali i valori stessi della Napoli “alta” perderebbero buona parte della loro consistenza e diventerebbero note banali. E a Napoli non c’è spazio per la banalità. Del resto, il tema delle “due Napoli” è ancora al centro della riflessione delle commedie più importanti di Eduardo, e dei romanzi di Anna Maria Ortese e di Domenico Rea. L’accoglienza che il pubblicò dei teatri italiani riservò alle commedie di Viviani dopo il 1930 merita un discorso a parte.