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Una società che vive immersa nel “kitsch”condanna come esempio di cattivo gusto le nozze Colombo – Rispoli, e non sa che vi sono due Napoli, una che “recita a mettere”, l’altra “a levare”, e che gli eccessi fanno parte, da sempre, della “napoletanità”. Quando si parla di Napoli, non bisogna mai dimenticare la centralità del verbo “recitare”. Una polemica ottavianese: come interpretare il fatto che cresce il numero degli arresti per droga.

 

Non entro nel merito degli aspetti legali del matrimonio tra il cantante neomelodico Tony Colombo e la signora Tina Rispoli, che per me è, e lo dovrebbe essere per tutti, solo la signora Tina Rispoli, e non la vedova di un defunto boss degli scissionisti. Non parlo dei permessi accordati, delle occupazioni non autorizzate di strade e piazze: e stamattina, quando ho letto che nell’ orchestrina della cerimonia suonavano – lo fanno per mestiere e per divertimento- cinque ispettori della Polizia Penitenziaria, e che sono stati sospesi dal servizio, mi son ricordato dei saggi consigli del prof. Sorrentino: “cercate di non essere mai gli ultimi della serie, perché gli ultimi, di solito, pagano per tutti.”.Gli ultimi sono i primi, e forse i soli, a pagare. Le scene del matrimonio Sorrentino – Rispoli hanno suscitato prolungati e polemici cori a un solo tema “volgarità, trash, bruttezza, cattivo gusto, pacchianata”. Questi scandalizzati coristi vuoi vedere che partecipano in estasi a matrimoni di loro amici e parenti orchestrati da qualche “mastro delle cerimonie”? Certamente fanno finta di dimenticarsi che facciamo tutti parte di una quotidianità in cui dominano, con una tirannia assoluta, nelle immagini, nei modi, nelle parole, nei gesti- dei politici, degli uomini comuni, di attrici e di attori – i segni del “cafone”, del “tammaro”, del “terrazzano”. Nel suo libro “sulla bruttezza” Umberto Eco scrisse che il “kitsch” è un “concetto molto volatile”: “molti lettori giudicheranno bellissime alcune immagini” che lui considerava  invece espressione piena del cattivo gusto. A Napoli può capitare che anche persone che amano discrezione e riservatezza, quando si sposano, “rompano ‘a mesura”, scelgono di appartenere, per un giorno, alla “Napoli che recita a mettere”, alla città del barocco che tracima, degli stereotipi: la luce, quella del sole e quella della luna, le chitarre, i mandolini,  i pianti, i sospiri, gli svenimenti. Napoli è la città di una sindachessa che disse che Mario Merola era un “guappo buono”. Questi stereotipi, pur eccessivi , non sono solo una moda, come capita con i “luoghi comuni” delle altre città, ma fanno parte sostanziale dell’anima di Partenope: se ne accorse anche Achille Campanile, il Maestro dell’umorismo surreale, e perciò esortava i Napoletani a non tradire la loro città “insonne, rumorosa, brulicante”, e ricordava ai non Napoletani che con la sua chiassosa allegria Napoli cerca di nascondere a tutti la sua tristezza.

Lo intuì il genio di Domenico Rea: c’è una Napoli che “recita a mettere” e c’è una “Napoli che recita a levare”: le due Napoli non solo non si contrappongono, ma si spiegano a vicenda. L’una non esisterebbe senza l’altra: e forse i “raffinati” signori che hanno inveito contro il matrimonio Colombo – Rispoli non sono napoletani, o sono napoletani traditori della “napoletanità”:  la genia di questi traditori si sta diffondendo a macchia di palude. Il matrimonio spettacoloso “ da lassà’ a vocca aperta” lo trovi nelle commedie napoletane, e nella realtà delle cronache, “bianche” e “ nere”, in ogni tempo. Gli eccessi festosi, lo sfarzo fuor di misura, “’ o cuncertino” servono anche come amuleti contro il malocchio dei “murmuriatori”, che spesso si trovano proprio tra gli invitati al matrimonio, e i cavalli che tirano la carrozza degli sposi sono di buon augurio per lo sposo, che sia sempre scalpitante e focoso. E poi Tony Colombo fa il cantante, e tutta questa pubblicità, quali che siano i suoi toni è grasso che cola: potrebbe esortarci, il cantante, a non trascurare il fatto che alla base della “napoletanità” “ che mette” e che “leva” c’è sempre il verbo “recitare”.

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A Ottaviano è cresciuto il numero degli arresti per droga.  Un post pubblicato da un iscritto al PD presenta questo dato come un preoccupante indizio dell’aggravarsi dei problemi connessi all’uso e allo spaccio di stupefacenti. Il sindaco di Ottaviano, avv. Luca Capasso, “costretto” dal “post di un partito a vocazione minoritaria ( a Ottaviano e in Italia)”, risponde che “è ridicolo” giudicare l’aumento degli arresti come un dato allarmante: “è l’esatto contrario…sono aumentati i controlli e quindi i risultati positivi.”. Quello del sindaco mi pare un sillogismo “caudato”, e cioè un paradosso logico del tipo: un Cretese dice che tutti i Cretesi sono bugiardi. Ma se anche il Cretese che parla è un bugiardo, allora quello che dice non è vero, non è vero che tutti i Cretesi sono bugiardi. Ma se ci sono Cretesi che dicono la verità, allora può essere che anche il Cretese che parla dica la verità. E così via. Cresce il numero degli arresti per droga, perché crescono i controlli, o perché cresce il numero degli utenti e degli spacciatori? Ora, i documenti, le relazioni istituzionali e gli studi che trattano della criminalità organizzata, e, in particolare, dei mercati e dei mercanti della droga, dicono chiaramente, con le cifre, che i controlli di polizia diventano più continui e più organicamente articolati nei luoghi in cui il problema supera i confini dell’episodio isolato e tende a diventare costume sociale, e le piazze di spaccio, chiamate a rispondere a richieste sempre più numerose, entrano a far parte di un “sistema” criminale che stabilisce competenze, prezzi, modi di rifornimento, e confini. C’è il rischio che Ottaviano diventi anche una base strategica per il “passaggio” dei carichi dai mercanti più importanti agli spacciatori di medio e di piccolo calibro, e non solo del nostro territorio.

Infine, voglio ricordare al sindaco di Ottaviano che il partito “a vocazione minoritaria” governa la Campania e che si può sostenere una discussione anche senza avere alle spalle partiti e gruppi: basta essere forniti di qualche competenza e di tutti i necessari attributi.