Bentornati al trentatreesimo appuntamento di “Riavvolgi il futuro”.
Tra la fine del VI secolo a.C. e la fine del V secolo a.C., la statuaria greca attraversa un profondo rinnovamento formale e stilistico noto come “stile severo”, una fase di transizione fondamentale che precede il periodo classico vero e proprio. Questo stile abbandona la rigida staticità e il caratteristico “sorriso arcaico”, sostituendoli con un’espressione serena, misurata e austera, tesa a trasmettere una dignità e un equilibrio interiori. Le forme anatomiche cambiano radicalmente: i volti si fanno più tondeggianti e sferici, le labbra diventano più carnose, il mento si rinforza, e la massa muscolare del tronco e degli arti viene definita con spiccato tridimensionalismo e continuità organica, come dimostra la resa arcuata dell’arcata epigastrica e del solco inguinale.
Un momento cruciale di questo passaggio si riscontra nelle Efebo di Kritios, opera in cui si supera per la prima volta l’impostazione frontale e immobile tipica dei kouroi arcaici. Qui compare il principio della gravitazione, ossia la distribuzione differenziata del peso del corpo su una sola gamba portante. Tale accorgimento provoca il lieve sollevamento dell’anca corrispondente e una reazione a catena nel resto del busto e delle spalle, donando alla scultura una sensazione di naturalezza e un vitalismo fino ad allora inediti, pur mantenendo un impianto complessivamente bilanciato.
Durante questo periodo, il bronzo diventa il materiale di gran lunga preferito dagli scultori. A differenza del marmo, la fusione a cera persa garantisce una maggiore resistenza e una straordinaria libertà compositiva, permettendo alle figure di estendere le braccia e bilanciarsi nello spazio senza la necessità di sostegni esterni. Un esempio paradigmatico di questa padronanza tecnica e spaziale è il Zeus (o Poseidon) di Capo Artemisio, colto nell’atto dinamico di scagliare un fulmine o un tridente. L’opera si iscrive in una struttura compositiva espansa e rigorosa, quasi inseribile in un quadrato geometrico, mantenendo un contrasto suggestivo tra la potente tensione atletica del corpo e la calmo impassibilità del volto.
Accanto alle grandi figure atletiche e divine, lo stile severo trova espressione in monumenti celebrativi come l’Auriga di Delfi. Quest’opera in bronzo, parte di un gruppo statuario celebrativo di una vittoria nei Giochi Pitici, presenta il giovane conducente fasciato in un lungo chitone fittamente pieghettato che richiama la scanalatura di una colonna architettonica. Sebbene la parte inferiore sia rigida e composta, una lieve torsione del busto e della testa, unita al realismo raffinato dei dettagli – come gli occhi in pietra e vetro e i capelli cesellati sostenuti dalla benda – conferiscono alla figura una spontaneità misurata e contenuta.
Contemporaneamente, la ricerca scultorea esplora la resa dei volumi e dei panni attraverso opere in marmo di altissimo valore espressivo. Il Giovane di Mozia, identificato con un auriga o una divinità, si distingue per la sensualità con cui una veste sottile di lino aderisce alle forme del corpo sottostante, evidenziandone la muscolatura potente e bilanciando l’appoggio asimmetrico delle gambe. Sull’Acropoli di Atene, l’Afrodite Sosandra di Calamide introduce invece una concezione “architettonica” del panno: la figura è completamente avvolta da un mantello rigido dalle ampie pieghe geometriche, che lascia scoperto solo il volto e dona alla divinità una solenne e maestosa compostezza.
Il punto più alto nella resa del movimento dinamico viene raggiunto da Mirone di Eleutere. Rompendo con la composizione simmetrica tradizionale, Mirone ricerca il ritmo e la contrazione istantanea, fissando nei suoi capolavori, come il celebre Discobolo, il momento di massima tensione che precede l’azione vera e propria. Con il Discobolo, l’artista coordina l’intera sequenza del movimento in una postura geometricamente studiata e armonica, capace di suggerire allo spettatore sia il gesto appena compiuto sia quello immediatamente successivo.
Infine, intercettiamo un’eccezionale testimonianza della grande statuaria bronzea di V secolo a.C. è rappresentata dai Bronzi di Riace. Attribuiti a maestri diversi – tra i quali figurano le ipotesi di Agelada per il Bronzo A e Alcamene per il Bronzo B – i due guerrieri mostrano un’evoluzione complessa del chiasmo policleteo e della torsione corporea. La ricchezza dei dettagli policromi, ottenuti con inserti in rame per labbra e capezzoli, argento per i denti e avorio per gli occhi, unita alla straordinaria resa anatomica dei busti e dei volti, rende queste sculture il punto d’arrivo ideale di un percorso teso a coniugare verosimiglianza fisica, energia vitale e perfezione formale.
E come sempre grazie sempre miei favolosi artisti/ artiste, vi attendo come sempre al nostro prossimo appuntamento. 😉
P.S.: Vietato mancare ;^) . A presto!!!!! :^)


