Il tribunale di Nola proscioglie il sottufficiale dall’accusa di aver calunniato il suo ex comandante di stazione. Ecco la lettera aperta.
E’ una storia di carabinieri in drammatico conflitto tra loro. Una vicenda che si è conclusa qualche giorno fa. Dopo tre anni di processo il tribunale di Nola ha infatti assolto l’ex vicecomandante della stazione di Pomigliano, il maresciallo Mario Mandolesi. Mandolesi alla fine del 2011 aveva accusato il suo ex comandante del presidio di corso Umberto, il maresciallo Massimo Longo, di ” aver truccato le prove per giustificare una serie di arresti illegali “. Ma alla fine il vicecomandante, era il febbraio del 2012, è passato dalla posizione di accusatore a quella di accusato finendo alla sbarra con l’imputazione di aver calunniato il suo superiore, di averlo tirato in ballo ingiustamente per cose inesistenti: rinviato a giudizio. Intanto da tre anni Longo non è più il comandante del presidio della città della fabbriche mentre Mandolesi è stato trasferito da Pomigliano con tutta la sua famiglia a Mirabella Eclano, in provincia di Avellino, a quasi ottanta chilometri da Pomigliano. Adesso però il maresciallo commenta così la sua assoluzione: ” E’ la fine di un incubo “. Il suo legale, l’avvocato Gianmario Sposito, giudica questa vicenda spiegando che ” le implicazioni giudiziarie di questo segno coinvolgono, ineludibilmente, gli aspetti più incidenti del proprio vissuto e, quasi sempre, migliorano le prospettive “. Sposito conclude affermando di essere stato ” onorato di difendere un galantuomo come il maresciallo Mario Mandolesi ”.
Il maresciallo Mandolesi ha nel frattempo inviato una lettera aperta, eccola:
” La insopportabile mortificazione che mi ha accompagnato durante questi lunghi anni è davvero finita. Il luogo comune “la Giustizia trionfa” esiste per davvero. Il sistema giudiziario ha funzionato e non già perché sono stato assolto ma perché mi è stata restituita quella dignità che è indispensabile ogni uomo abbia soprattutto quando capita di fare il carabiniere. Nel corso di questo tempo sono stato accompagnato dai miei avvocati Gianmario Sposito e Federico Simoncelli ai quali, probabilmente, devo molto di più di quello che avrei potuto pensare. L’Avv. Sposito è stato capace di tradurre la sofferenza mia e quella della mia famiglia e presentarla ad un Giudice, il Dott. Buono, magistrato attento e disponibile, che mi ha liberato, in scienza e coscienza, dall’onta del processo penale. L’Avv. Simoncelli ha rappresentato un valido punto di riferimento rispetto alle aspettative che avevo e che agognavo si verificassero. Il fatto è che questa storia ha, per sempre, segnato la mia vita, ma ha anche avuto l’effetto di radicare, maggiormente, il convincimento che un carabiniere non deve mai sottrarsi ai suoi doveri anche quando questo comporta tanto dolore e tanta sofferenza. Il carabiniere è sempre carabiniere e non c’è ragione che tenga quando si è chiamati ad ossequiare la legalità. A tutti quanti gli altri lascio la mia esperienza a valere soprattutto per chi ha inteso farmi del male e per chi vive nel nascondimento: la proverbia con la quale taluno può pensare che qualsiasi cosa possa compiersi indipendentemente da tutto e tutti rappresenta una gogna dalla quale non è possibile uscire impuniti. Del resto oggi ricomincio a godere della vita e delle relazioni sociali condizionate, in questi anni, da quel maledetto dubbio che percorreva l’intimo di chi mi conosceva. Mai nella mia vita avrei pensato di dovermi difendere da un’accusa per aver fatto, semplicemente (o almeno pensavo così fosse), il mio dovere. Ora non mi resta altro che recuperare il tempo perduto e dedicarmi a ricomporre le ferite che i miei figli e mia moglie hanno dovuto subire. Ed è a loro che destinerò tutta la mia attenzione per ribadire, ancora una volta e per l’ennesima volta, che la vita è, innanzitutto, responsabilità per le scelte compiute ”.




