Cantone: “E’ un contesto in cui la mentalità criminale è radicata”.
Imprenditori vessati da una camorra del pizzo asfissiante e spietata. Gli uomini del clan capeggiato da Giovanni D’Avino che non esitano a sparare all’impazzata sulle case delle vittime che non pagano e il boss che in carcere ipotizza addirittura il sequestro lampo di un bambino per strappare al padre, a stretto giro di posta, 100mila euro. Estorsioni caratterizzate anche da una sorta di cannibalismo interno perché i taglieggiati all’occorrenza si trasformano anche in taglieggiatori per conto del clan. C’è questo e altro nell’operazione dei carabinieri che ha portato ai ventuno arresti dell’altro giorno. Su tutto quanto però spiccano due dati: i presunti rapporti tra la politica locale e i clan e, e questo secondo dato purtroppo è una certezza, l’omertà degli imprenditori se non, a volte, la contiguità con i criminali. Lo ha segnalato in conferenza stampa lo stesso comandante del gruppo carabinieri di Castello di Cisterna, il colonnello Rino Coppola. “Gli imprenditori non hanno denunciato”, ha fatto sapere l’ufficiale. Tutti zitti a Somma Vesuviana, dove tre anni fa c’è stata un’impressionante raffica di attentati. E nella vicina Sant’Anastasia ha denunciato solo un imprenditore edile, che nell’ottobre del 2014 aveva aperto un piccolo cantiere. La denuncia ha portato all’arresto di alcuni componenti del clan Anastasio, rivale del gruppo capeggiato da Giovanni D’Avino. Ma in generale da queste parti nessuno si rivolge alle forze dell’ordine quando viene “visitato” dai camorristi delle estorsioni. “Anche perché c’è una mentalità radicata: si riconosce come autorità solo quella della camorra”, spiega Salvatore Cantone, fondatore dell’associazione antiracket “Pomigliano per la Legalità Domenico Noviello”, l’unica di questo tipo in tutta l’area a est di Napoli. “La nostra associazione – prosegue Cantone – si occupa anche di usura e conta cinque iscritti provenienti da Somma Vesuviana. Ma le denunce finora provengono tutte da Pomigliano: circa quattro all’anno”. Cantone oltre alla sede antiracket di Pomigliano ha promosso l’anno scorso anche l’inaugurazione di quella di Acerra e di uno “sportello” a Casalnuovo. Somma Vesuviana e Sant’Anastasia risultano però più problematiche sotto il profilo della capacità di reagire alle prepotenze. “Il fenomeno delle estorsioni e dell’usura – aggiunge il presidente dell’Antiracket locale – è presente sia a Pomigliano, che ad Acerra, Casalnuovo, Somma, Sant’Anastasia, ovunque. Tutti però devono sapere che oggi è diverso, che grazie alle nuove norme, alle forze dell’ordine e alle istituzioni presenti sul territorio, all’associazione, chi denuncia non resta mai solo e io ne sono l’esempio concreto”. Nel 2006 Cantone, imprenditore edile, denunciò il clan Panico di Sant’Anastasia. I suoi aguzzini andarono tutti in galera. C’è però una mentalità tutta da sconfiggere. Basti pensare che un pentito, Carmine Giordano, ha raccontato un episodio sconcertante avvenuto qualche anno fa. Un imprenditore edile di Somma Vesuviana, L.P., figlio di un camorrista, il cui zio pagava ogni anno l’estorsione a Giovanni D’Avino. Ebbene, L.P. appena ha saputo che un altro imprenditore edile, di Sant’Anastasia, stava per aprire un cantiere nel suo paese, Somma Vesuviana appunto, si è recato nello stesso cantiere e ha chiesto al suo “collega” il pizzo proprio per conto di Giovanni D’Avino. “Queste persone riconoscono l’estorsione come un fatto normale – racconta ancora Cantone – ci sono pure imprenditori che accettano false assunzioni di camorristi ai domiciliari perché così questi delinquenti possono beneficiare dei permessi di lavoro”. Cantone rivolge un appello: “Per denunciare in tutta sicurezza componete questo numero: 347-1908393”.



