Vittorio Imbriani e il protagonista di un romanzo di Umberto Eco aggiungono un dettaglio essenziale allo “stereotipo” del Tedesco diffuso nell’ Ottocento. Conviene augurarsi che i tedeschi non si mangino l’Europa.
“Non siamo alunni somari da mettere dietro la lavagna. Siamo l’Italia“ proclama il Renzi, sforzando la voce, che non ha tra i suoi toni quello solenne. E ciancia qualcosa sull’orgoglio d’essere italiani: e noi siamo tutti contenti.
Bisogna vedere cosa pensano di tanto orgoglio l’India, per esempio, che con il sequestro dei due marò ci tiene all’ammollo in un mare di ridicolo; e la commissaria europea alla Cultura che vuole sapere perché non spendiamo per Pompei i cento milioni di euro che l’ Europa ci ha dato; e i ladri che portano via da Pompei pezzi di affreschi; e il magistrato inglese che ha negato l’estradizione di un mafioso, il cui nome di battaglia è “il professore“, perché – lo scrive a verbale – le carceri italiane sono oggi quello che Gladstone disse delle carceri borboniche, che però non aveva visitato: sono la negazione di Dio.
E mentre l’ Europa ci ricorda che la fedina del sig. Berlusconi, protagonista della storia italiana degli ultimi venti anni, non è tanto purgata da permettergli di candidarsi al parlamento europeo, la Merkel “promuove“ Renzi, ma non si sa con che voto. I giornalisti italiani che usano questi termini, “esaminare“, “giudicare“, “promuovere“ ogni volta che la Merkel incontra un capo del governo italiano, non devono meravigliarsi se poi qualche lettore si convince che l’ Europa e soprattutto l’euro sono stati fatti per essere usati e consumati dai tedeschi.
La visione d’insieme che il popolo di Germania ha di noi Italiani non può dirsi favorevole: vi entrano il piatto di maccheroni, la pistola mafiosa, il difetto di lealtà, e, da poco, le inclinazioni del sig, Berlusconi. Ma essendo un popolo di poeti e di filosofi, i tedeschi sanno che chi non ama non è riamato. L’immagine che gli Italiani (e grande parte degli Europei) ebbero di loro corrispose a lungo alla figura carnascialesca del teutone armato di boccali di birra e di salsicce, che Thorz- Paolo Villaggio incarnò nel film “Brancaleone alle Crociate“. Ma la II guerra mondiale stravolse e incupì in nero d’inferno disegno e colori.
Il napoletano Vittorio Imbriani fu, nel secondo Ottocento, “il più formidabile conoscitore, con Niccolò Tommaseo, della lingua italiana“ (A.Palermo), e per la sua visione del mondo tragica e cinica, barocca e buffonesca “ha prefigurato C.E. Gadda“ (Gianfranco Contini): fu, mi piace ricordarlo, anche un gustoso e competente scrittore di cose d’arte. Fu troppe cose, e tutte importanti: bisognava punirlo con l’oblio. E la scuola e i libri di testo hanno provveduto prontamente. I protagonisti di una delle sue novelle più strambe sono tale Gugliemo Tell, un “bastracone tanghero“, ufficiale degli svizzeri mercenari di Ferdinando II re di Napoli, e tale Federico Schiller, “soldataccio vurtemberghese, babbaleo solenne e crapulone anch’egli, more germanico“.
Questa novella , in cui si dipana anche un catalogo di sinonimi della parola “scemo” – Imbriani ne elenca 85 – , si apre con un micidiale ritratto della “ razza germanica”, che è, “checché dicano i tedescomani odierni, la più vendereccia e servile tra le schiatte europee“: per tre secoli i picchieri e gli archibugieri svizzeri e germanici hanno combattuto al soldo di ogni re, come “ scherani “. Anche le donne alemanne, scrive Imbriani, sono sensibili al danaro: e questa sensibilità le incita a dedicarsi a un mestiere – specificare di quale mestiere si tratti non sarebbe elegante – che esercitano non solo con “disinvoltura“, ma anche – e la malizia della parola è geniale – con “virtuosità”.
Ma il dettaglio più rilevante del ritratto è lo smisurato ventre degli alemanni, i quali “non mangiano per isfamarsi, non bevono per dissetarsi“, ma solo per riempirsi la pancia. Come si allontanano dalla tavola, si buttano in un cantuccio “a pipare“, “inebetiti come il boa, che abbia trangugiato senza masticarlo un intero agnello o un cavallo sano sano, tutti intesi a concuocere, a chilificare, a smaltire, a digerire, a far merda: il che stimano forse la più alta funzione fisiologica, il più degno ufficio dell’ente uomo”. Il riferimento greve all’atto ultimo aggiunge un particolare nuovo, logico e significativo allo stereotipo del Tedesco bevitore e crapulone e nega alle sue quotidiane abbuffate ogni possibilità di richiamare una qualche immagine, anche pallida, di piacere e di eleganza.
Simonino Simonini, protagonista del complicato romanzo di Umberto Eco, ”Il cimitero di Praga“, è un agente segreto che sta in tutte le trame della storia del secondo Ottocento. Negli ultimi anni del secolo egli decide di mettere ordine nelle sue memorie, e di raccontare la dismisura del suo disprezzo per il mondo. I napoletani e i siciliani sono, a parer suo, “mulatti non per errore di una madre baldracca ma per storia di generazioni, nati da incroci di levantini malfidi, arabi sudaticci e ostrogoti degenerati“; i piemontesi – lui è piemontese – hanno paura delle novità; i francesi sono cattivi, “uccidono per noia“, hanno trascorso anni a tagliarsi reciprocamente la testa, credono che tutto il mondo parli francese e chiamano parsimonia l’avarizia, che è il loro vizio nazionale.
Potete facilmente immaginare cosa Simonini pensa e dice degli ebrei. Ma è sui tedeschi che il suo disprezzo rovescia valanghe di ingiurie. Rappresentano il “più basso livello di umanità concepibile“: in loro funziona solo l’intestino, non il cervello. “Un tedesco produce in media il doppio delle feci di un francese. Ai tempi delle invasioni barbariche le orde germaniche costellavano il percorso di ammassi irragionevoli di materia fecale“. Le cause di questo “perpetuo imbarazzo intestinale“ sono la birra e le salsicce di maiale. I tedeschi si vantano di aver prodotto la filosofia dello Spirito, ma il solo spirito che conoscono è quello della birra.
Lo spirito della birra ha impedito alla Germania di produrre qualcosa di interessante nell’arte e nelle lettere, “ salvo alcuni quadri con ceffi ributtanti, e poemi di una noia mortale.” Simonini è a tal punto condizionato dagli exploit attribuiti alle funzioni intestinali dei tedeschi da svilire perfino le sinfonie di Beethoven a “un’orgia di sguaiataggine“. L’agente segreto non risparmia nessuno: odio anche le donne, confessa, “per quel poco che ne so“.
Ma se lui e Vittorio Imbriani avessero ragione, converrebbe non dire più, nemmeno per scherzo, che i tedeschi si stanno mangiando l’Europa.
(Foto: Mathis Grunewald, Tentazioni di Sant’ Antonio, 1512–15)



