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Villa Tufarelli, alla ricerca del tempo perduto

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Nelle nostre passeggiate vesuviane ci eravamo rassegnati ad apprezzare le vestigia del nostro territorio solo con la nostra immaginazione. Una volta tanto entriamo invece in un contesto unico e preservato dalle angherie del tempo e degli uomini.

Sabato pomeriggio siamo entrati, grazie alla cortesia dei proprietari, nell’interno di Villa Tufarelli a San Giorgio a Cremano e finalmente appaghiamo la nostra sete di conoscenza, e perché no? Anche la nostra curiosità di viandanti del territorio. Ci ha colpito, non solo il fatto di constatare che il palazzo nobiliare fosse ancora intatto ma che fosse ancora abitato dal suo proprietario, il conte Fabrizio Tufarelli.

Molte delle antiche dimore vesuviane, quando non sono state acquisite da un ente statale, sono state frazionate tra i differenti proprietari che spesso ne hanno alterano la struttura originaria. Nel caso di Villa Tufarelli invece, dal dopoguerra ad oggi, i custodi della dimora hanno coinciso con la stessa famiglia, che da 250 anni la abita. Incontriamo il conte, persona cortese e schiva, ci racconta che dopo suo ritorno dalla prigionia, in un campo di concentramento nazista in Polonia, decise di trasferirsi dalla casa di famiglia romana a Villa Tufarelli, il figlio, che accompagna l’ottuagenario nobil uomo, ci racconta delle vicissitudini del padre e di come questi fece innumerevoli sforzi, anche di natura economica, per trovare un’altra ubicazione ai coloni che abitavano un’ala del palazzo, per preservarlo così dal deleterio frazionamento.

La villa è circondata da un magnifico giardino all’inglese con antiche essenze arboree, il conte Tufarelli, dopo averci accolto di persona, ci accompagna tra i lecci secolari e ci mostra alcune delle parti più antiche e interessanti della struttura, come ad esempio la torre di guardia che risale a cinquecento anni fa, così come la struttura originaria dell’edificio, poi ci mostra la più recente cappella, annessa al palazzo e aperta ogni domenica alle nove per le sacre funzioni. La chiesetta, intitolata alla Madonna del Carmine, è calda e accogliente, elegante nella sua semplicità ed è un ulteriore esempio di condivisione civica, per l’apertura al culto della comunità locale. Padre e figlio ci raccontano che purtroppo, in passato, la cappella ha subito alcuni tentativi di furto e per questo s’è deciso di sostituire la preziosa pala dell’altare del Solimena con una copia.

Esplorare l’antica dimora c’è sembrato di fare un tuffo nel passato, per lo meno in quello che noi, contemporanei fruitori, consideriamo tale e vaghiamo così tra le belle sale a volta che forse una volta erano il cellaio della casa e poi scendiamo nelle cantine, un profondo e intrigante budello scavato a mano nel tufo che ci conduce sotto il giardino della tenuta.

Cerchiamo di conoscere di più della storia e della vita del conte Tufarelli ma l’anziano aristocratico e una persona tanto gentile e riservata che ne rispettiamo il volere, così come gli siamo grati per la sua ospitalità poiché del resto ci ha permesso di condividere con lui il patrimonio culturale della sua antica magione, preservandola a futura memoria, e di questi tempi, tutto questo, non è certo cosa da poco.

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