Al centro dell’inchiesta un imponente traffico di rifiuti scoperto dai carabinieri. Veleni sversati nell’area flegrea e nell’agro acerrano. A chiedere l’appello sono stati tutti: condannati in primo grado, le parti lese e il pubblico ministero.
Oggi si apre la prima udienza del processo di secondo grado Carosello Ultimo Atto, denominato così dagli inquirenti per un falso giro di bolla ordito allo scopo di nascondere la reale natura e il reale quantitativo dei rifiuti in arrivo nelle discariche private, sversatoi aperti in provincia di Napoli durante l’orribile emergenza di dieci anni fa. Oggi dunque, davanti alla quarta sezione penale della Corte d’Appello di Napoli, probabilmente si presenteranno, tra gli altri, i fratelli Cuono, Giovanni e Salvatore Pellini, condannati in primo grado, l’anno scorso, a pene variabili tra i quattro e i sei anni di reclusione per traffico di rifiuti, e i carabinieri Giuseppe Curcio, ex comandante della stazione di Acerra, e Vincenzo Addonisio. Anche Salvatore Pellini è un carabiniere.
L’Arma ha sospeso dal servizio i tre militari. Nell’ambito dello stesso processo è stato condannato, sempre in primo grado, nel marzo dell’anno scorso, anche Giuseppe Buttone, cognato del boss di Marcianise Domenico Belforte, poi condannato anche una seconda volta, nel novembre successivo, a seguito di un’ altra inchiesta sui rapporti tra la camorra e i colletti bianchi nello sversamento dei rifiuti tossici nelle province di Caserta e Napoli. Ma ha presentato appello anche Maria Cristina Ribera, il pubblico ministero antimafia che aveva chiesto in primo grado pene pesantissime basate su una sentenza della Cassazione che considera permanente il reato di disastro ambientale.
Il giudice di primo grado ha però ridotto di parecchio le richieste del pm antimafia, emanando pure una serie consistente di prescrizioni e assoluzioni. Maria Cristina Ribera aveva chiesto diciotto anni di reclusione per chi ha scaricato veleni nei terreni del Napoletano. Mai era stata chiesta una pena così alta per un traffico di rifiuti tossici, culminato otto anni fa con la retata dell’operazione Carosello-Ultimo atto, messa a segno dai carabinieri nel Noe, il Nucleo Operativo Ecologico. Era stata davvero una dura richiesta di condanna quella scaturita dalla requisitoria finale del pm della Dda, pronunciata nel dicembre del 2012 nell’aula 114 del tribunale di Napoli davanti al giudice della sesta sezione penale Sergio Aliperti, e a un centinaio di ambientalisti provenienti da tutto l’hinterland.
Tra loro anche don Maurizio Patriciello, prete anticamorra noto per la sua crociata contro l’avvelenamento della terra. La condanna a 18 anni di reclusione era stata chiesta per i fratelli acerrani Cuono, Salvatore e Giovanni Pellini. Diciotto anni: uno più di quanto era stato chiesto per Giuseppe Buttone, che seguì la requisitoria in videoconferenza, dal carcere di Opera. Poi però le cose sono andate diversamente. E ora inizia il processo di secondo grado.





