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La scrittrice Nadia Scudieri parla di “Carmela”, il primo romanzo di Stefania Spisto, e ci spinge a rileggerlo

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A questo romanzo ho già dedicato un articolo, ma lunedì sera le parole di Nadia Scudieri e il luogo che ospitava la presentazione, Il Casino d’Unione “G. Scudieri”, i quadri di Michele Arpaia, le memorie suscitate dai luoghi prossimi alla sede del Circolo mi hanno dimostrato, ancora una volta, che aveva ragione Borges quando diceva che talvolta un libro che hai già letto, quando lo rileggi, ti sembra di leggerlo per la prima volta.

 

Il romanzo racconta la storia di Carmela che tra il 1936 e il 1943, muovendosi tra i “vicoli assolati e i muri imbiancati a calce” di Boscoreale, “diventa donna sotto il peso del fascismo e delle sue ombre”. Dopo i saluti del Presidente del Sodalizio, Giuseppe Casillo, ha preso la parola Nadia Scudieri, che ha pubblicato qualche anno fa un fascinoso romanzo, “La formica trasparente”, la cui protagonista, Anna, una donna coraggiosa, combatte un’aspra battaglia per affermare e difendere il suo diritto a “disegnare” la propria vita in assoluta libertà. E Nadia Scudieri ci ha spiegato che anche la Carmela della Spisto attraverso l’amore, attraverso il quotidiano confronto con i problemi del vivere e con la minacciosa presenza dei fascisti, cerca di costruirsi una sostanziale identità e di diventare una donna libera, in nome di quella libertà che consente di camminare a testa alta e di poter scegliere la “strada “da percorrere.

 

Quando la maestra le dona dei libri e le consiglia di leggerli tutti, Carmela capisce che “quella è la strada”: “se volevo davvero restare libera, dovevo imparare ad essere luce anche nel buio. Quando uscii dalla casa della maestra, il cielo sopra Boscoreale era già screziato di rosa”. E giustamente Nadia Scudieri sottolinea l’importanza “narrativa” che la Spisto conferisce ai giochi metaforici e al ruolo di suoni, rumori, sapori, odori e perfino ai muri scrostati delle case: Carmela ascolta ogni voce del suo “mondo”, tenta di capire i segni che quella “voce” incide dentro di lei e cerca le parole adatte per spiegarli prima di tutto a sé stessa. Diceva giustamente Norwood Russel Hanson che “l’atto del vedere è un amalgama fra il piano visivo e quello linguistico”: le cose le vediamo con gli occhi, ma le comprendiamo grazie al linguaggio. Al pari dell’opera d’arte, “anche se con meno potenza e implicazioni le cose innescano in chi le usa e le contempla un susseguirsi di rimandi, che sgorgano da loro come da un’unica, inestinguibile sorgente di donazione di senso….E questi “rimandi” seguono il modello del tempo sonoro della musica, dove, nel nucleo tematico delle variazioni, non si ha la semplice successione di istanti puntuali destinati a distruggersi a vicenda, ma un risuonare, oscillare, distendersi e contrarsi, un vagare che arricchisce di senso tanto chi fantastica, quanto la cosa fantasticata” (Remo Bodei).

 

E, mentre Nadia Scudieri parlava della felice scelta operata dalla Spisto di sottolineare il valore metaforico dei cortili di Boscoreale e del colore dei muri e degli odori e delle voci che “condivano” l’aria di quei luoghi, non ho potuto fare a meno di volgere un “nuovo” sguardo ai quadri di Michele Arpaia che “parlano” dalle pareti delle sale e di rivedere, in sequenza, alcune scene della Ottaviano della mia adolescenza: “’a cortina d’’e pullier’”, poco lontana dal Circolo, e la nonna di Fiorella Saviano che la domenica mattina donava a noi ragazzi le fette di morbido pane condite da profumati grumi di inimitabile ragù. Le preziose riflessioni di Nadia Scudieri mi hanno sollecitato a “ripensare” la pagina in cui la Spisto sottolinea l’importanza del ruolo che hanno svolto le donne in quei giorni difficili del 1943, quando furono costrette, dalla carenza di stoffa, a cucire e a indossare gonne attillate e camicette senza maniche e a esercitare “un’arte tutta femminile, quella di cavarsela. Di arrangiarsi. Erano donne che si svegliavano all’alba per cercare il pane… che stavano in piedi mentre tutt’intorno crollava. Le donne uscivano da sole, prendevano decisioni, cercavano lavoro.

 

Non aspettavano più. La guerra, nel suo disordine feroce, aveva aperto uno spiraglio”. Anche a Ottaviano furono le donne a sparare, nel 1943, sui tedeschi in ritirata che avevano saccheggiato e incendiato le case della Taverna e di Piazza San Lorenzo e ucciso i cavalli di mio nonno. Guidava le donne ribelli un personaggio incredibile, Maria ‘e Zuchetta, che faceva la “verdummara”, teneva “’o puosto” poco lontano dalla Piazza San Lorenzo -e lo tenne fino agli anni ’70 – ti guardava diritto negli occhi, iniziava ogni discorso con la dichiarazione “Nun me mett’a ppaura ‘e nisciuno” e lo concludeva con “sentenze” che non posso trascrivere. La preziosa serata al Casino d’Unione “G. Scudieri” si è chiusa con la sconvolgente notizia che la Spisto si accinge a pubblicare un altro romanzo: per fortuna gli ospiti hanno potuto consolarsi assaggiando i dolci del romanzo “Carmela” preparati e messi in mostra da mano sapiente: quei colori “parlavano”. Meritatissimo il lungo e sincero applauso a Donna Nadia Scudieri, alla moderatrice Federica Ammirati, al Presidente Giuseppe Casillo, all’ospitalità del Sodalizio. Il mio grazie personale a Donna Nadia: la conosco da sempre, e non ho mai sentito uscire dalla sua bocca una parola banale

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