A mezzogiorno la quarta sezione della Corte d’appello, deciderà sulla richiesta dell’accusa di stralciare l’ipotesi di reato di disastro ambientale. Al centro dell’inchiesta c’è un traffico di rifiuti scoperto nel 2006 tra il nord Italia e il Napoletano.
Veleni sversati nell’area flegrea e nell’agro acerrano e un popolo intero che attende giustizia. Stamane decine di ambientalisti si recheranno al tribunale di Napoli. Intanto a chiedere l’appello sono stati tutti: condannati in primo grado, le parti lese e il pubblico ministero. Oggi infatti si apre la seconda udienza (la prima risale a giugno) del processo di secondo grado Carosello Ultimo Atto, denominato così dagli inquirenti per un falso giro di bolla ordito allo scopo, secondo i giudici, di nascondere la reale natura e il reale quantitativo dei rifiuti in arrivo nelle discariche private, sversatoi aperti in provincia di Napoli durante l’orribile emergenza di dieci anni fa.
Oggi dunque, davanti alla quarta sezione penale della Corte d’Appello di Napoli, il presidente Eugenio Giacobini ascolterà l’intervento della Procura generale, che punta allo stralcio del reato di disastro ambientale per allontanare il rischio della prescrizione. Dei 28 imputati erano stati condannati senza beneficiare della prescrizione soltanto sei persone: i fratelli acerrani Cuono, Giovanni e Salvatore Pellini, condannati in primo grado, l’anno scorso, a pene variabili tra i quattro e i sei anni di reclusione per traffico di rifiuti, e i carabinieri Giuseppe Curcio, ex comandante della stazione di Acerra, e Vincenzo Addonisio. Anche Salvatore Pellini è un carabiniere.
L’Arma ha sospeso dal servizio i tre militari. Nell’ambito dello stesso processo è stato condannato, sempre in primo grado, nel marzo dell’anno scorso, Giuseppe Buttone, cognato del boss di Marcianise Domenico Belforte, poi condannato pure una seconda volta, nel novembre successivo, a seguito di un’ altra inchiesta sui rapporti tra la camorra e i colletti bianchi nello sversamento dei rifiuti tossici nelle province di Caserta e Napoli. Ma il giudice di primo grado ha ridotto di parecchio le richieste del pm antimafia Maria Cristina Ribera, emanando una serie consistente di prescrizioni e assoluzioni. La pm Ribera aveva chiesto diciotto anni di reclusione per chi ha scaricato veleni nei terreni del Napoletano.
Mai era stata chiesta una pena così alta per un traffico di rifiuti tossici, culminato otto anni fa con la retata dell’operazione Carosello-Ultimo atto, messa a segno dai carabinieri nel Noe, il Nucleo Operativo Ecologico. Era stata davvero una dura richiesta di condanna quella scaturita dalla requisitoria finale del pm della Dda, pronunciata nel dicembre del 2012 nell’aula 114 del tribunale di Napoli davanti al giudice della sesta sezione penale Sergio Aliperti, e a un centinaio di ambientalisti provenienti da tutto l’hinterland. La condanna a 18 anni di reclusione era stata chiesta per i fratelli acerrani Cuono, Salvatore e Giovanni Pellini. Diciotto anni: uno più di quanto era stato chiesto per Giuseppe Buttone, che seguì la requisitoria in videoconferenza, dal carcere di Opera.
Poi però le cose sono andate diversamente. Ora tocca al processo di secondo grado. I legali di parte civile sono pronti a dare battaglia. L’avvocato Giovanni Bianco, acerrano doc, tenterà di dimostrare ai giudice, con documenti pubblici, la reale esistenza di un disastro ambientale dovuto a quel traffico di rifiuti. Dal canto loro i difensori dei fratelli Pellini tenteranno di smantellare questa tesi.





