Il caso di Oppido Mamertina consente un’interpretazione sul valore dei simboli: analisi sul gesto di un comandante dei carabinieri e su quanto il fenomeno mafioso ancora oggi si ciba di sudditanze collettive.
"Vi invito a prendere a schiaffi il giornalista che è in fondo alla chiesa". Inizia così questa riflessione, con le parole dal tono decisamente equivoco di don Benedetto Rustico, il parroco della chiesa della Madonna delle Grazie di Oppido Mamertina (Reggio Calabria).
Il prete probabilmente non gradiva le telecamere nella sua chiesa gremita di fedeli che, al comando del prelato, hanno cacciato in malo modo il giornalista di un noto quotidiano. Ora, le frasi possono essere manipolate in mille modi dall’opinione pubblica ma un video no. Il video su questa faccenda esiste. Il giudizio sul peso morale nonché sociale che può avere un’espressione detta da un prete dinnanzi ad una folla di persone, lo lasciamo all’interpretazione lucida ed intelligente del lettore ma fatto sta che ci sono ben poche parole e molta tristezza anche solo nella descrizione del fatto. La mafia, la ndrangheta, la camorra, qualsiasi forma di criminalità organizzata, vive prima di ogni altra cosa di simboli.
Ne ha bisogno come l’aria per elaborare la creazione di un’identità sempre più pericolosa, si ciba di simboli come se fossero sostanze dopanti per un organismo che ha bisogno di muscoli più che di carattere. Un codice preciso e ripetuto nei decenni che serve a tenere salde le certezze di chi vive da protagonista il malaffare e di chi invece subisce le attività della mafia. La mafia è fatta di tanti piccoli simboli che tutti insieme irrompono nel dna culturale di un territorio e si impongono come verità etiche nelle quali vengono mescolati sacro e profano, rispetto e prepotenza, sudditanza popolare e detenzione di potere, il tutto utile a garantire una sola cosa: la sopravvivenza del fenomeno.
Per quanti sforzi abbia fatto la modernità, esiste ancora quella volontà inconscia di ossequiare il boss, il vero, unico, protettore del bene comune. Fino a qualche anno fa le istituzioni tutte erano le prime a rispettare questa lunga serie di codici, volontariamente o involontariamente, a dimostrazione che il simulacro del boss faceva pur sempre parte di un’iconografia fondamentale per l’identità culturale di un paese che, talvolta ancora oggi, vede la mafia non tanto come nemica ma come padrona da temere con riverenza, poiché esiste ancora nell’immaginario collettivo la mafia come madre dittatrice contro un padre Stato che è incapace di gestire il controllo. Fortunatamente oggi non è ovunque così.
Durante la processione della Madonna delle Grazie la statua è stata fatta fermare davanti alla casa di Peppe Mazzagatti, noto boss locale, un "mito" di circa 82 anni. Ogni mito va venerato, e tutti devono portargli il giusto rispetto, tutti, perfino la Madonna deve fermarsi al suo cospetto. A questa assurda pratica medievale non ha voluto partecipare un uomo dello Stato e questo gesto non può né deve per nessun motivo passare indifferente. Anche questo è un simbolo, anche questo è un codice comportamentale che a differenza dell’altro genera l’emulazione adatta alla ristrutturazione di una cultura antica fin troppo omertosa e decisamente surreale.
Il gesto non è clamoroso perché definisce una ribellione del comandante ma piuttosto perché determina una netta e precisa linea di demarcazione tra lecito ed illecito, tra responsabilità e immoralità, senza spazio a nessun tipo di indefinita interpretazione: la risposta è no. Non è più concepibile questo tipo di sudditanza.
Non è magari il caso di scomodare le storiche analisi antropologiche sul comportamento delle collettività ma è forse il caso di ricordare quanto la mafia da sempre è stata alimentata anche e soprattutto dall’accettazione comune di quella idea arcana secondo cui il comando preteso con sangue e affari illegali è l’unico capace di stabilire l’ordine e di decidere chi vive o muore, chi mangia e chi resta affamato, chi viene eletto a capo di un’amministrazione politica e chi viene minacciato con intimidazioni.
«La Madonna non si inchina ai malavitosi. Chi ha fatto fare l’inchino alla Madonna le ha fatto fare un gesto che la Madre di Dio non ha mai fatto. Si è inchinata la statua, non la Madonna». Lo ha detto monsignor Nunzio Galantino, vescovo di Cassano allo Ionio e segretario generale della Cei. Fatto sta che sarebbe stata decisamente un’altra scena se gli stessi prelati e tutti i presenti avessero interrotto la processione. L’ostentazione del potere a quanto pare vince sullo stesso rito cattolico e determina un’accettazione del comando illegale che vive di riti propri ben precisi, in cui addirittura la Madonna non può esimersi da determinate necessità.
Il comandante della stazione dei carabinieri di Oppido Mamertina, Andrea Marino, insieme con due carabinieri, si è allontanato per poter recuperare al meglio tutti i dati necessari, documenti che saranno elementi utili per un’informativa che sarà trasmessa alla Procura di Palmi e alla Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria. L’idea di “mafia” in certi casi è quella di un’organizzazione di "mutuo soccorso" per le popolazioni, con il boss potente che ruba ai ricchi per dare ai poveri e la popolazione tutta non può che dimostrare la sua gratitudine, anche la Madonna deve farlo. Una processione che si ferma per salutare un boss, legittima il suo ruolo di mediatore autoritario dotato di senso dell’onore.
Anche se in questo caso non parliamo di mafia siciliana, Giovanni Falcone in un suo scritto spiega al meglio quanto è importante interpretare questi simboli: "L’interpretazione dei segni, dei messaggi e dei silenzi costituisce una delle attività principali dell’uomo d’onore. Tutto è messaggio, tutto è carico di significato nel mondo di Cosa Nostra" e la legittimazione di questo significato, determina la realizzazione di sempre maggiori consensi da parte delle comunità. In questi casi nasce una duplice forma di quella che potremmo definire eccitazione narcisistica: il cittadino che rispetta lo sconfinato mondo simbolico del boss eccita il proprio ego in un processo di accettazione/devozione nei confronti di chi protegge e desiderio di rivalsa contro le sopraffazioni dei poteri statali, adorando un boss/mito che non viene sopraffatto da nessun organo governativo impositore di regole.
In secondo luogo, gli stessi boss vengono eccitati dal consenso popolare e percepiscono la ricchezza e l’importanza del loro ruolo: posizioni autorevoli da lasciare in eredità a meritevoli uomini d’onore. Senza contare poi la potenza che può avere l’edificazione mitizzata del boss nei confronti delle nuove generazioni. Ragazzi già ampliamente influenzati dal cinema, dalla moda e dai videogame in cui si gioca "a fare il mafioso", rischiano di essere maggiormente sedotti dal fascino simbolico di una scena in cui una statua sacra si ferma a riverire un vecchio boss. Ecco dunque che si impone la necessità di ridefinire con precisa determinazione chi è il mito da emulare e chi da disprezzare. Il rifiuto del comandante è stata una dimostrazione decisiva che risponde visibilmente a quest’ultima necessità.
Va detto che qualche anno fa un episodio identico si è ripetuto per ben due volte a Castellammare di Stabia: allora non fu il comandante dei carabinieri ma fu Luigi Bobbio, sindaco della città, a rifiutarsi di essere protagonista dell’inchino al balcone del boss. Nella tradizionale processione di San Catello, la statua era solita portare la sua “riverenza” al vecchio boss affacciato al balcone, in quel caso si trattava di Rentato Raffone, detto Battipredo, ma il sindaco, per ben due volte consecutive, si rifiutò di mostrare complicità e abbandonò la processione. In casi del genere anche solo un tentennamento da parte della società civile non si muta in rispetto per la tradizione ma in consenso e complicità e le istituzioni che assecondano pratiche di questo tipo, dimostrano il fallimento e la resa nei confronti dell’illegalità.
In questi casi, quindi, il gesto simbolico si tramuta in atto concreto. Sorprende che l’episodio accada poco dopo la scomunica di Papa Francesco ma l’accaduto sembra voler evidenziare ulteriormente quanto ancora c’è da fare per dare voce a reazioni decisive. Stavolta il no detto da un rappresentante della legalità c’è stato. Molto più difficile sarà il no di tutti gli organi statali collusi, ma c’è solo un no che deve imperativamente essere gridato e dimostrato: quello della cittadinanza, sia quella che seguiva la Madonna nella processione, sia quella che ancora oggi, ovunque in Italia, si inchina togliendosi il cappello verso chi comanda cibandosi della pietanza più sostanziosa: l’ignoranza.
(Fonte foto: Rete Internet)

