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Seviziato “per gioco”. Dal caso di cronaca all’insopportabile giustificazionismo

Il caso del ragazzino quattordicenne seviziato “per gioco”. La gravità dell’episodio non si limita al deplorevole atto ma si estende ad un corollario di reazioni che rendono questo caso ancora più triste.

Inconcepibile. Insopportabile. Ingiustificabile. Ciò che non devono esistere ora sono i mezzi termini, ed è forse per questo che il giovane rischia l’attuazione di una pena per tentato omicidio. La notizia è recente, una di quelle storie che come un’odiosa sveglia mattutina ci ricorda quanto sia insostenibile la mancata attuazione di provvedimenti per salvare alcuni luoghi dalla devianza criminale. Ovviamente c’è già stato il deficiente di turno che ha prontamente pubblicato nome, cognome e foto della vittima così da rendergli ancora più complicato il superamento del trauma e il suo reinserimento nella normalità. Seviziato con un compressore per pneumatici. Dà fastidio anche solo scriverlo. Questo tipo di violenza si associa ad un solo pensiero: come si fa ad essere così vigliacchi?

Il giovane, che tanto ragazzino non è, ha commesso un errore grave e su questo non ci piove. Lo sdegno sul caso si sarebbe limitato alla vergogna per questo atto vile e stupido ma a rendere la notizia motivo di discussione e riflessione è in realtà un’altra cosa. Arriviamoci con calma. Un ragazzino di quattordici anni è un po’ più in carne degli altri, ha quattordici anni, ha solo quattordici anni, è davvero un bambino, sta crescendo, vivendo quella fase di sviluppo fisico e psichico in cui tutte le informazioni circostanti vengono assimilate con intensità, come una spugna con l’acqua. Acqua sporca!

Quella di un quartiere privo di ordine civico e in certi casi pullulante di ignoranza e totale assenza di formazione primaria e secondaria. Nessuno però inizi con l’additare il contesto e il quartiere, poichè per quanto ci possano essere infinite difficoltà e svariate motivazioni per pensare che il degrado urbano e collettivo influenzi lo sviluppo sociale dei ragazzi, è inevitabile, stavolta, soffermarsi su un altro concetto, probabilmente quello più importante: “E’ stato uno scherzo”, “Un gioco finito male”, “Nunn è giust che o’trattat comm è n’assassin!“, queste e altre simili, le parole usate dai parenti per difendere il ventiquattrenne e gli altri ragazzi che hanno torturato il quattordicenne, e allora davvero, ma davvero, viene voglia di fare la valigia ed espatriare sulla luna.

Come si fa? Si potrebbe magari comprendere l’istinto di difendere un figlio, l’idea di difenderlo dalle accuse, ma come si può anche solo minimamente giustificare la sua assenza di dignità. La totale e ingiustificabile assenza di dignità. C’è qualcuno che ha addirittura detto che è soltanto un ragazzino. Piccolino, indifeso, anima santa, non lo ha fatto apposta. Facciamo una cosa, siccome il bimbo di ventiquattro anni, voleva solo giocare, è venuta voglia anche a noi di giocare, possiamo sparare una pistola ad aria compressa nel suo deretano? No? E perchè? Non era soltanto un gioco? Magari così capisce qual è la differenza tra gioco e demenza. Ciò che rende questo caso motivo di interesse è l’insopportabile reazione dei familiari del ventiquattrenne, quello che “per gioco” ha ridotto in fini di vita un quattordicenne, e nel migliore dei casi, lo ha condannato ad un incubo costante fino a quando diventerà adulto.

Ci si chiede com’è possibile non rivolgersi ad una telecamera ed implorare il perdono, ammettendo il fallimento, chiedendo scusa per aver allevato una scimmia senza controllo. In determinati casi, la stampa, la magistratura e l’intera opinione pubblica hanno il dovere morale di far decadere pietismi e giustificazionismi: non bisogna sminuire un caso del genere, poichè si intreccia in modo subdolo e meccanico con un reticolo di sistemi sociali che determinano condotte devianti nonchè l’estinzione dell’apparato culturale di una specifica comunità. Interrompere con un trauma lo sviluppo psichico di un ragazzino è un disastro dalle ripercussioni infinite.

Laddove questo processo venga interrotto da un coetaneo, la cosa, seppure grave di ugual misura, potrebbe aprirsi ad opinioni volte a comprendere la mancata argutezza e civiltà di un bullo, ma questo non è uno di quei casi, qui si tratta di un uomo di ventiquattro anni, qui non si tratta di un complicato caso di bullismo, qui non sono necessarie tutte quelle analisi sul come e sul perchè il bullismo prolifera in alcuni contesti, nulla di tutto ciò, qui si tratta di un uomo che voleva divertirsi e che non ha voluto comprendere i limiti, non solo perchè la realtà di quartiere crea branchi di ignobili, consentendo un eccessivo sviluppo di un ego narcisistico criminale ma anche e soprattutto perchè l’ignoranza non conosce freni inibitori e nasce dalle stesse radici di chi oggi lo difende a spada tratta, e tale ignoranza non può nè in nessun modo deve, essere giustificata o sminuita al grido di “non voleva fare del male”.

Ha fatto del male, è un uomo adulto che ha fatto del male. Paghi, punto. In ultima istanza, interrompendo la concitazione dei toni e premettendo un civile rispetto per tutti i parenti che lo stanno giustificando senza mai dire “abbiamo fallito, perdonateci e perdonatelo”, è forse il caso di dire ad amici e parenti di questi tre ragazzi che hanno fatto la “bravata”: “Per favore, guardatevi davvero allo specchio e piuttosto di enfatizzare ulteriormente la percezione che alcune zone sono destinate ad essere figlie dell’ignoranza e dell’arretratezza urbana, vi prego, abbiate la decenza di fare una sola cosa adesso: tacete!”.
(Fonte foto: Ansa)

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