Il mobbing è una forma di terrore psicologico perpetrata sul posto di lavoro. Le donne, in Italia e nel resto del mondo, risultano essere le più colpite.
In Italia si parla per la prima volta di mobbing a partire dagli ’90 grazie allo psicologo svedese Heinz Leymann che descrive il fenomeno come “una forma di terrore psicologico sul luogo di lavoro che consiste in una comunicazione ostile e contraria ai principi etici, perpetrata in modo sistematico e protratta nel tempo da parte di una o più persone principalmente contro un singolo individuo che viene per questo spinto in una posizione di impotenza e impossibilità di difesa e qui costretto a restare da continue attività ostili”. In altre parole la pratica del mobbing consiste nel vessare il collega di lavoro o il dipendente con svariati metodi di coercizione psicologica e fisica.
Esempi possono essere: asportazione o negazione di strumentazione aziendale (è la cosiddetta “sindrome da scrivania vuota”, per la quale scompare un pezzo alla volta senza dare giustificazioni al lavoratore); ruoli ambigui; calunnie, diffamazione, ingiurie da superiori e/o colleghi e sistematico discredito; un atteggiamento aziendale difforme da quello ordinariamente riservato ad altri; richiesta frequente di controlli medico-fiscali nello stesso periodo di malattia; isolamento dall’organizzazione del lavoro; diniego immotivato di permessi e ferie; demansionamento; mancanza di autonomia decisionale e impossibilità di influire; quantità di lavoro assegnata eccessiva o insufficiente. Il mobbing dunque non è una malattia ma può esserne la causa. La forte tensione psicologica determinata da tutti i comportamenti descritti sopra porta alla comparsa di una serie di alterazioni che colpiscono l’equilibrio socio-emotivo e psicofisiologico.
La vittima arriva, nel tempo, a sviluppare disturbi, somatizzazioni e vere e proprie malattie che possono divenire croniche ed irreversibili. I disturbi di natura psichica più frequenti sono rappresentati da ansia, agitazione, angoscia, disturbi dell’attenzione e della concentrazione, disturbi del sonno, depressione a cui possono seguire disturbi di natura fisica. Da quanto si apprende, essere “mobbizzato” (cioè la persona “bersaglio” delle vessazioni) non è una situazione affatto semplice. Il lavoro, infatti, costituisce uno spazio fondamentale della nostra vita, contribuisce a definire la nostra identità e quindi influenza anche il nostro modo di essere al di fuori dell’ambiente lavorativo. Di conseguenza, se quando lavoriamo, non stiamo bene, non riusciamo a svolgere con serenità le nostre mansioni, ciò può generare disagio, insoddisfazione, incidere sulla visione di sè, minare la propria autostima e nei casi più critici portare a tutte le conseguenze descritte poc’anzi.
Questo si ripercuote spesso anche nella vita di coppia e familiare generando incomprensioni e situazioni conflittuali. Come è facile immaginare, in queste condizioni, recarsi presso il luogo di lavoro diventa davvero insostenibile e significa vivere ogni giorno un incubo senza la possibilità di essere compreso ed aiutato. Tuttavia uscire da condizioni del genere non è impossibile. Uno degli interventi utili può essere quello di denunciare questi fatti avviando una procedura legale di natura civile e nei casi più gravi anche penale e nel chiedere sostegno rivolgendosi per esempio a degli sportelli d’ascolto creati ad hoc.
(>Fonte foto: Rete internet)






