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Dopo il ’48 anche uno scialle a tre colori e i modi di dire dei giocatori di “tressette ” potevano scatenare i sospetti della polizia di Ferdinando II, che vedeva cospiratori e sovversivi nascosti dovunque.

L’ultimo decennio del Regno delle Due Sicilie fu caratterizzato da un’energica azione governativa volta alla repressione di quei fermenti liberali per i quali si battevano singole persone o gruppi desiderosi di partecipare in modo più intenso alla vita politica. La polizia del Regno, occupata a vietare assembramenti e riunioni sospette per mantenere il legittimo ordine costituito nel Regno, finiva per colpire anche cittadini comuni, per atteggiamenti o frasi innocue, ritenute ostili alla monarchia. In questo clima fortemente repressivo nel novembre del 1854 incappò nelle maglie della giustizia borbonica Maria Felicia Castaldo di anni 44, nativa di Saviano, sorpresa in un convoglio, presso la stazione della strada ferrata di Caserta, con uno scialle di tre colori ritenuti, nell’insieme, sediziosi e settari.

L’indumento sospetto, di colore bianco, rosso e verde, indusse un gendarme di guardia a condurre la donna, immantinente, nel Giudicato Regio, dove le furono contestati i colori dello scialle, considerati “liberali all’italiana“, poichè erano riferibili agli sconvolgimenti politici del 1848, quali simboli usati dai sovversivi durante le loro adunate. La donna si difese dichiarando di non ignorare che i faziosi, a quell’epoca, usavano insignirsi di quei colori, ma dato il tempo “elasso“, aveva obliato quell’ uso e aveva indossato lo scialle per ornamento e non per altro sinistro fine, essendo di famiglia devota al Real trono: tra l’altro, lo scialle le era stato regalato dal figlio Pasquale, sergente del 3° di linea, in transito per Nola, in occasione del suo trasferimento dal reparto di Taranto a quello di Mola di Gaeta.

Versatasi la giustizia ad indagare sulla condotta morale e politica della donna, si accertò dal resoconto del Comandante Territori<+ale di Nola, Vial, che la Castaldo era moglie di tal Saverio Auriemma, il quale, in età giovanile, era stato impiegato alla SottoIntendenza di Nola e da quell’Ufficio era passato poi, con soldo maggiore, alla stazione della strada ferrata di Nola, in qualità di “controllore di porta“. Si accertò, con l’audizione di diversi testimoni, l’attaccamento all’augusto monarca mostrato dai coniugi Auriemma, con una condotta irreprensibile, serbata dal capofamiglia tanto nell’attività di lavoro che in privato. I coniugi Auriemma vivevano nella massima strettezza, col soldo di ducati 8 e grana 50 al mese, dei quali 15 carlini erano corrisposti ad un negoziante di Capua, che forniva loro l’abbigliamento necessario: a Capua era diretta la signora Castaldo , nel giorno in cui fu trattenuta in Caserta.

Anche il Sindaco di Saviano, Pasquale Di Giulio, con la sua dichiarazione contribuì a scagionare la Castaldo: “Contribuente non al di sopra di 6 ducati, non in possesso di fondi o immobili soggetti a contribuzione maggiore, non ha industria visibile, nè capitali in commercio, non esercita impieghi lucrosi, ma trae la sussistenza dalle fatiche giornaliere delle proprie braccia”. Periti del mestiere, sottoposto lo scialle alla “pruova” generica, ovvero, “ad oculare ispezione”, conchiusero che lo scialle era di “fondo verde oscuro, con righi lattino ed amaranto”, diversi dai colori descritti nel verbale di sequestro, la manifattura era di fabbrica napoletana e la vendita si praticava pubblicamente nella Capitale al prezzo di grana 40.

Le relazioni favorevoli e lo stato di gravidanza, di quattro mesi, della malcapitata determinarono la seguente sentenza: “poichè si è dimostrato non essere criminoso, lo scialle indossato dalla Castaldo e dato l’esito negativo delle perquisizioni, si ordini la “escarcerazione” di Maria Felicia Castaldo dichiarando di non esservi luogo a procedimento penale, per cui le si restituisca l’indumento, previo le dovute cautele”.

Frutto di un equivoco verbale, condito da una buona dose di cattiveria umana, fu l’arresto del sensale Saverio Pagano, di anni 23, nativo di Ottajano, commorante alla Piazza di San Giuseppe.
Il giovane, recatosi in Maddaloni, nell’ottobre del 1851, per consegnare 5 animali vaccini a Nicola Scalera, non potè far ritornò a casa propria, per una indisposizione fisica che lo obbligò a pernottare in casa dell’amico Andrea Di Matteo.
Riacquistata la salute e trattenutosi colà ancora qualche giorno, il Pagano era solito incontrarsi con conoscenti in una cantina, per giocare il “gioco del tocco”, gioco tipico delle antiche taverne inventato per incentivare il consumo del vino. In un giro, l’ottajanese, divenuto padrone del gioco, non diede da bere a tal Clemente Maffei, che risentito, si vendicò riferendo al giudice che il Pagano aveva usato espressioni offensive contro la sacra persona del Re.
Infatti, dopo la rituale bevuta la comitiva aveva deciso di giocare a ” tressette ” e durante un giro di gioco uno dei giocatori, nel gettare sulla tavola la carta raffigurante il re di spada, aveva detto al compagno di Ottajano: “chi ammazza questo è un fesso”. Il Pagano, che accusava la napoletana a spada, in risposta, gettando il tre, aveva dichiarato: “ed io l’ammazzo con il tre”.
L’episodio, denunciato al Giudice locale dal Maffei, provocò l’intervento dei gendarmi, i quali interpretando l’accaduto intriso di significato politico, arrestarono il Pagano, che era anche sprovvisto di documenti che giustificassero la sua presenza a Maddaloni.

Il sensale rimase in prigione sino a che il Giudice di Ottajano non comunicò al collega di Maddaloni che l’ottajanese godeva di buona condotta ” nel pubblico “, perchè era “dedito alla fatica ” e non s’era mai occupato di affari politici.
Ritenute le espressioni denunciate non criminose, bensì allusive al gioco, e acquisito agli atti il pentimento del Maffei, il 1 novembre 1851 il giudice si vide in dovere di scarcerare il Pagano, non trascurando di addebitargli le spese di giustizia, stabilite in ducati, 2,54.
La detenzione dei due malcapitati durò circa venti giorni, fino ad accertamento della loro innocenza. Siamo sicuri che ebbero i loro buoni motivi per nutrire molta fiducia nella giustizia. Borbonica, naturalmente.