In Campania il PD, abbandonato perfino dal suo elettorato storico, è stato scamazzato. Ma il segretario regionale, grazie a questa nauseante legge elettorale, si ritrova deputato.
Il PD in Campania è stato scamazzato. E’ riuscito a perdere più voti di Berlusconi. Un’impresa titanica. Se il segretario regionale della D.C. o del PCI avesse guidato il partito a una catastrofe di tali proporzioni, l’avrebbero mandato immediatamente a casa, a curar l’orto: per sempre.
Invece il sig. Enzo Amendola, segretario regionale del PD, che è passato gloriosamente di sconfitta in sconfitta, prima alle elezioni provinciali, poi alle regionali, e ora alle politiche, l’hanno premiato: incluso nel pacchetto dei candidati “sicuri“, è stato catapultato a Roma, come deputato. Come deputato, rappresenterà un territorio di cui fino all’altro ieri non aveva capito, non dico gli umori, – ci vuole un certo addestramento per capire gli umori della gente –, ma nemmeno le parole chiare e distinte, nemmeno i clamori della protesta degli operai, dei disoccupati, dei giovani. Non ha visto la marea che montava, sotto il soffio impetuoso non solo dei grillini, ma dei sindaci stessi del suo partito, di quei sindaci che a gennaio hanno chiesto pubblicamente, e inutilmente, che egli non venisse inserito nel pacchetto dei “sicuri”.
Mediocre come attaccante – del resto, non mi pare che abbia il fisico di un attaccante –, il signor Amendola si è rivelato mediocre anche come difensore di sé stesso. Alle dure critiche degli “amici“ di partito, Salvatore Piccolo e Andrea Cozzolino, egli ha risposto che non farà da capro espiatorio, “e che dopo queste elezioni siamo chiamati tutti a un radicale rinnovamento.”.( La Repubblica, 28 febbraio). Insomma, la solita frittura di chiacchiere. Non conosco il sig. Amendola, e qui si parla solo del suo ruolo pubblico. Ma questa sua risposta fa cadere le braccia: dimostra che egli vaga ancora nella nebbia, come Bersani. Egregio segretario regionale, il rinnovamento radicale doveva farlo lei, prima delle elezioni, non chiederlo dopo, agli altri.
Lei aveva l’obbligo di dire a Bersani che il popolo del PD era incazzato ed erano incazzati i sindaci campani del PD che, per candidarsi, hanno dovuto dimettersi molto prima delle elezioni. Non hanno goduto della deroga concessa ai sindaci amici di Renzi. E quando sono andati a Roma a protestare, lei non li ha accompagnati. Perché, egregio segretario? I partiti che sostenevano Monti hanno approvato in un lampo il pacchetto dei sacrifici imposti agli “altri“, ma come è arrivato il momento di mettere mano ai sacrifici di lor signori onorevoli, di potare stipendi, rimborsi, province e la inutile folla di deputati e di senatori, non appena qualcuno ha incominciato a parlare di nuova legge elettorale, il parlamento si è squagliato. In un attimo.
Per fortuna che c’è Silvio, che si prende tutte le colpe. Ma il sospiro di sollievo di tutti gli altri capicongrega e, quello, forte, di Bersani i napoletani e i campani l’hanno sentito, chiaro e distinto: Bersani non sa sospirare in silenzio, come invece sa fare D’Alema. Ora c’è il sospetto, egregio segretario, che lei non si sia unito ai tanti che protestavano per la fulminea liquefazione del parlamento, perché la legge elettorale, la “porcata“ di Calderoli, non dico che le piacesse, ma certamente non le faceva schifo. Se si fosse votato non alla bulgara – la Bulgaria di una volta -, ma, diciamo così, a mano libera, e cioè con il sistema delle preferenze, lei sarebbe stato eletto ? Forse sì, forse no: insomma, non lo so, e la cosa non mi interessa.
Ma non potrà negare, egregio segretario, che la sua nomina a deputato – perché non di elezione si tratta, ma di nomina – è una contraddizione, è un non – senso: come se i Romani avessero concesso l’onore del trionfo non ai condottieri vincitori, ma a quelli sconfitti. Sono certo che l’ egregio segretario conosce la storia di Muzio Scevola. Muzio garantì che avrebbe ucciso Porsenna, il lucumone etrusco che assediava Roma. Ma sbagliò persona. Uccise un funzionario. Catturato, chiese il permesso di bruciare la mano che aveva sbagliato. L’arrostì tra le fiamme di un braciere. Senza un lamento. Quella mano non avrebbe più impugnato una spada. Mucio Scevola si dimetteva dal ruolo di guerriero.
Il sig. Amendola dice che è urgente il rinnovamento postelettorale. Dia l’esempio. Faccia come Scevola. Si punisca da sé. Ovviamente, non gli chiedo di arrostire quelle parti della sua persona che hanno sbagliato. Ma si dimetta. Non da segretario regionale, perché a congedarlo dalla segreteria provvederanno gli “amici“. Si dimetta da deputato. Rinunci a Roma, alle sue tentazioni, e a una nomina imposta dalla casta. Se il sig. Amendola lo facesse, diventerebbe un gigante. Ma la statura alta non si porta, di questi tempi, non va di moda. Il sig. Amendola non rinuncerà. Metto la mano sul fuoco.
(Foto: Quadro di Bernardo Cavallino, Muzio Scevola, ca. 1650)




