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Acerra, pozzi agricoli vietati: il giallo delle carte sparite

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Gli ambientalisti tornano alla carica. Hanno chiesto di nuovo al comune la documentazione relativa all’ordinanza municipale di divieto dell’uso dell’acqua di pozzo a scopo irriguo. Carte finora introvabili.

 “Sono spiacente di dover comunicare che malgrado le ricerche effettuate non è stato possibile reperire quanto da voi richiesto”.

Il 4 novembre del 2011 Maria Piscopo, segretaria generale del comune di Acerra, nonché dirigente municipale del settore ecologia, fu costretta a rispondere così alle richieste insistenti degli ambientalisti locali. Gli agguerriti Alessandro Cannacciuolo, Antonio Montesarchio e Armando Esposito non si stavano dando pace in quel periodo. Volevano a tutti i costi reperire i documenti ufficiali relativi all’ordinanza di divieto di utilizzo dei pozzi agricoli, che in base a un’analisi della Sogin, risalente al 2002, captavano acqua contaminata dalla falda acquifera per irrigare i campi coltivati a frutta e ortaggi. Quei documenti però non sono stati trovati da Maria Piscopo. La segretaria c’ha provato. A vuoto, però.

Intanto nel novembre scorso Cannavacciuolo, Montesarchio ed Esposito sono tornati alla carica. Ai sensi della legge sulla trasparenza dell’attività amministrativa e degli atti conseguenti, la 241 del 1990, hanno per l’ennesima volta chiesto alla Piscopo la documentazione sullo stato dei pozzi dell’agro acerrano. E pare proprio che siano intenzionati a presentare la stessa domanda nei prossimi giorni. “Quali provvedimenti sono sai adottati dal comune finora? – si legge nella richiesta, che sarà reiterata – la nostra istanza riveste carattere d’urgenza sul fronte della tutela dei consumatori, che loro malgrado continuano a cibarsi di prodotti agricoli contaminati”.

“Va precisato – concludono gli ambientalisti – che circa 700 supposte aziende agricole operano in un agro acerrano ridotto nelle condizioni che sono sotto gli occhi di tutti e non esitano a negare l’evidenza ricorrendo agli espedienti più discutibili pur di commercializzare i loro prodotti. Pertanto – concludono gli ecologisti – constatiamo che pur in presenza di elementi del genere, la pubblica amministrazione, comune in testa, è inerte”.

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