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Perché gli antichi diffidavano dei vecchi che si pittavano i capelli

Credevano che il vecchio che si pittava i capelli potesse diventare pericoloso sotto la spinta di quell’odio senile che Verga ha rappresentato nel personaggio di Mazzarò. Ma oggi i costumi e la moda vanno in un’altra direzione.

Forse dall’altro lato della morte/saprò se fui solo una parola, o fui qualcuno.
(J.L. Borges, Scorrere o essere)

I Greci e i Romani sapevano bene che le parole possono spacciare per verità una spudorata menzogna. Sapevano bene che le parole possono far passare per un santo ‘nu mariunciello acchiappato con il lardo in bocca…

Però sapevano ancora meglio che il successo dell’imbroglio non dipende dalle parole in sé, ma dall’uditorio: se l’uditorio è composto da marpioni, anche le chiacchiere più calibrate restano solo chiacchiere e, per di più, i marpioni, sentendosi presi per il deretano (si può dire?), si incazzano. Alcuni grandi Maestri della parola si sono misurati con la sfida più scabrosa: elogiare la vecchiezza, sostenere, seriamente, che la vecchiezza è una “ struttura estetica “: così la chiamò, una decina di anni fa, James Hillman, l’ultimo grande filosofo della psyché.

E per dire una cosa di tal peso Hillman percorse la strada tracciata da Platone, da Catone il Censore, da Cicerone: la vecchiezza è l’età del vigore vero, e il vigore vero non è quello del corpo (ma no!), ma è l’energia dell’intelletto. La vecchiezza è l’età della saggezza (che è una brutta rima). E così gli antichi delineano la figura del vecchio saggio, e dicono che solo il “senato“, l’assemblea dei vecchi che sono saggi, o che si spera lo siano, può governare lo Stato. La saggezza viene ai vecchi dall’esperienza passata, e, in misura maggiore, dall’esperienza presente, dalla fermezza e dalla serenità con cui aspettano che arrivi la morte. Nella serenità e nel distacco, dice Hillman, (che continuò a parlare dell’incontro con la morte anche negli ultimi attimi della sua vita), si placa la battaglia tra la parte “ di me che vuole morire, e la parte che non vorrebbe morire mai.”.

“Quando la morte è così vicina, la vita si esalta”: e nell’ esaltazione i sensi hanno una percezione nuova anche del tempo. Il tempo immerso nell’ombra della morte che arriva si dilata e si scompone, si dissolve in infiniti momenti, e poi si coagula tutto intorno a un solo momento, mischia gli attimi della memoria e quelli del presente in un vortice, in fondo al quale il soggetto trova una conoscenza nuova, di sé e del mondo. Nel 2011, dal letto di morte Hillman dice a chi gli va a fare visita che si sta confrontando con percezioni mai sperimentate: “fino ad oggi non sapevo chi ero“. L’avevano già detto alcuni personaggi di Shakespeare, e lo scrisse Borges non solo in “ Scorrere o essere “, ma anche nella poesia “L’istante“: “Solo è il presente: solo. E’ la memoria che erige il tempo. / Il viaggio dell’orologio è / successione e inganno.”.

Ma già gli antichi, a partire da Aristotele, ebbero più di un dubbio sulla autenticità degli splendori della vecchiezza. “Dovunque mi volgo – scrive Seneca – vedo i segni della mia vecchiezza.”. Dopo molti anni torna in una sua villa, e quasi non la riconosce: “ che sarà mai di me, se le pietre della mia stessa età sono così sgretolate?”. Vede un vecchio decrepito, un “cadavere ambulante“, e non riconosce in lui il figlio del fattore, che era suo coetaneo, e con cui giocava da ragazzo. Seneca non esclude che l’ultima parte della vita possa essere un qualcosa di “sommamente limpido e sommamente puro“: a patto, però, che le facoltà mentali, almeno quelle, restino intatte. Se no, quest’ultima parte della vita è solo feccia, e questi giorni fecciosi sono un prolungamento non del vivere, ma del morire.

La dissacrazione più spietata della “splendida vecchiezza“ la fa Jonathan Swift. Nell’isola di Luggnagg Gulliver conosce gli Struldbruggs, destinati dalle combinazioni del caso a non morire mai. Ma non restano giovani: diventano vecchi. Infinitamente vecchi. E perciò essi sono infelici, perché niente di piacevole vi può essere in una vecchiaia che non finisce mai, tormentata da sofferenze di ogni genere. Nel caso che marito e moglie siano entrambi immortali, il saggio legislatore ha disposto che non appena uno dei due compie ottanta anni, il matrimonio si sciolga: non è giusto che un infelice, già condannato senza sua colpa a una eterna vecchiaia, sia costretto a viverla con una moglie immortale. Così scrive Swift: io osservo che ciò vale anche per la signora moglie.

Nell’immagine del vecchio saggio, dall’antichità ad oggi, la serietà dei modi, la misura delle parole e i capelli bianchi sono elementi essenziali. Greci e Romani sapevano che non tutti i vecchi sono saggi: in alcuni, col passare degli anni, vengono a galla l’avidità, la malignità, l’inclinazione a mentire: figli, questi vizi, di un solo padre, l’egoismo. E perciò i vecchi che si pittavano i capelli erano bersaglio di una sprezzante diffidenza. Marziale, il poeta che non si faceva i fatti suoi, avverte Letino: con i tuoi capelli tinti sei un giovane finto, prima sembravi un cigno, e tutto ad un tratto sei diventato un corvo. Ma c’è qualcuno che non riuscirai a ingannare: Proserpina, la signora degli Inferi, sa che hai i capelli bianchi, che sei vecchio; sarà lei a strapparti la maschera (Ep. III, 43).

I Romani non avrebbero mai affidato un comando militare a un uomo che tentava di nascondere agli altri la sua età, e si illudeva anche di nasconderla a sé stesso. In un vecchio dai capelli pittati essi non vedevano solo uno stupido vanitoso e un banale bugiardo: temevano che in lui covasse l’odio distruttore. Perché un vecchio che non accetta la propria età, e si pitta i capelli, e fa, o dice di fare certe cose che di solito i vecchi non fanno più, dimostra di essere sordo ai consigli di saggezza che vengono dal tempo che passa. Un uomo così è come barricato nel suo egoismo, e non sopporta che la vita degli altri continui a scorrere , mentre la sua si prosciuga a poco a poco nella sabbia del nulla. Un tipo così può arrivare a desiderare che il mondo tutto sprofondi nel gorgo insieme con lui. E’ la versione pacchiana del “muoia Sansone con tutti i Filistei“.

Verga disegnò questo odio senile, fatto di invidia e di rabbia che può diventare folle, in un personaggio straordinario. Mazzarò dedica tutta la sua vita ad accumulare la “roba“, terre, case, danaro. Quando si fa vecchio, non riesce a sopportare l’idea che sarà costretto a lasciare la “roba“ “là, dov’era“: questa è un’ingiustizia di Dio“. E prova invidia anche per “un ragazzo seminudo, curvo sotto il peso come un asino stanco“: “Guardate chi ha i giorni lunghi! Costui che non ha niente!“. Quando gli dicono che l’ora è venuta, che deve pensare alla sua anima, Mazzarò esce nel cortile e ammazza, a colpi di bastone, anitre e tacchini, e “strillava: roba mia, vientene con me“. C’è un abisso tra l’odio e l’ira. L’odio è dei miserabili, l’ira scuote solo i cuori nobili e generosi.
(Foto: Vincenzo Gemito, Autoritratto)

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