Il Sommo pontefice durante l’incontro con studenti e le loro famiglie, docenti ed educatori: “Non facciamoci rubare l’amore per la scuola”.
“Per favore, non lasciamoci rubare l’amore per la scuola!”. Si è concluso con questo appello l’intervento del Papa al mondo della scuola, che ha gremito Piazza S. Pietro sabato 10 maggio. Nelle parole di Papa Francesco le ragioni del suo amore per una scuola, a partire da un ricordo personale:
“Come ho sentito dalle vostre testimonianze – ha detto – è sempre uno sguardo, quello che ti aiuta a crescere: a mia volta, ho l’immagine della mia prima insegnante, che mi ha accolto a sei anni: sono andato a trovarla finché è mancata a 98 anni, non ho mai potuto dimenticarla proprio perché mi ha insegnato ad amare la scuola”. Il Papa ha, quindi, aggiunto: “Amo la scuola perché è sinonimo di apertura alla realtà, o almeno così dovrebbe essere: andare a scuola significa aprire la mente e il cuore alla realtà, la scuola ci insegna a capire la realtà nella ricchezza dei suoi aspetti, delle sue dimensioni”.
A questo proposito, ha citato la figura di “un grande educatore italiano, don Lorenzo Milani”, per la sua convinzione che “se uno ha imparato ad imparare questo gli rimane per sempre, rimane una persona aperta alla realtà”. Si tratta di una condizione essenziale, ha fatto capire, innanzitutto per gli insegnanti, che devono essere “i primi a restare aperti alla realtà, perché se un insegnante non lo fosse, non sarebbe un buon insegnante e nemmeno riuscirebbe a farsi interessante: i ragazzi sono attratti dai professori che hanno un pensiero aperto, incompiuto, che cercano un «di più» e così contagiano gli studenti”.
Altro motivo di amore alla scuola il Papa l’ha additato nel suo essere “un luogo di incontro” con “compagni, insegnanti, personale” e tra genitori e docenti. “Noi oggi abbiamo bisogno di questa cultura dell’incontro per camminare insieme”, ha aggiunto, spiegando che “la famiglia è il primo nucleo, la base; ma a scuola socializziamo, incontrando persone diverse da noi: per questo essa è la prima società, che integra la famiglia”. Due istituzioni non contrapposte, ma complementari – ha specificato – che devono collaborare”.
Perché, “per educare un figlio ci vuole un villaggio”, ha fatto ripetere ai 300.000, citando un proverbio africano. Infine, tra le ragioni d’amore alla scuola, Francesco ha evidenziato il suo “educare al vero, al bene e al bello, tre dimensioni sempre intrecciate”. “L’educazione – ha specificato – non può essere neutra: arricchisce la persona o la impoverisce, la fa crescere o la deprime, persino può corromperla. Andiamo a scuola per conoscere, per imparare certe abitudini, per assumere determinati valori”.
E, riprendendo la testimonianza del campione olimpionico Jury Chechi, ha fatto ripetere ancora ai ragazzi: “Sempre è più bella una sconfitta pulita, che una vittoria sporca”. La strada indicata da Papa Francesco è un sogno? No, un traguardo possibile che richiede l’impegno e l’assunzione di responsabilità da parte di tutti. Duplice la via. Da una parte coloro che vivono quotidianamente l’esperienza della scuola (insegnanti, studenti, personale tecnico-amministrativo, famiglie). A tutti loro dal Papa è giunto l’augurio di conoscere «le tre lingue che una persona matura deve saper parlare: la lingua della mente, la lingua del cuore e la lingua delle mani».
Ma spesso la preoccupazione di svolgere tutto il programma, la rigidità dell’organizzazione, gli obblighi burocratici fanno perdere di vista questi tre linguaggi. La seconda via che occorre intraprendere si lega a doppio filo con l’autonomia e si rivolge all’amministrazione della scuola, periferica e centrale. Il ministro dell’Istruzione Stefania Giannini davanti al Papa ha ribadito che «la scuola è un bene comune, un diritto di ciascuno e un dovere dello Stato» dovendo «garantire le medesime opportunità a tutti, senza distinzioni».
Stesse opportunità, ma non medesimi percorsi perché, come diceva don Lorenzo Milani – un grande educatore italiano, come lo ha definito il Papa – «il vero segreto è imparare ad imparare», magari con metodi e approcci differenti che guardino in faccia lo studente che si ha in classe. Cambiare la scuola si può? Sì, e si deve, per farla tornare a essere un luogo nel quale si cresce nel sapere, ma, soprattutto, nell’essere. Anche nel nostro territorio campano e cittadino.
(Fonte foto: Rete Internet)




