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Palombella Rossa

Palombella Rossa è uno dei film più rappresentativi nella carriera di Moretti, un concentrato di tutte le sue ossessioni politiche e private.

Palombella rossa è prima di tutto un azzardo. Nella storia del cinema italiano non sono molti gli autori che hanno provato a scherzare con le forme narrative classiche, proponendo dei film dove tutto – dall’ambientazione alla scrittura – sfidava lo spettatore con trovate inconsuete.

Ma se la dimensione del gioco provocatorio era cruciale in Ecce Bombo, con Palombella rossa Moretti chiude idealmente la prima parte della sua filmografia tentando una combinazione tra la struttura a sketch (che sarà una caratteristica del suo cinema anche in futuro) e una narrazione più solida rispetto alle trovate surreali ma spesso sconnesse dei primissimi film. Il film esce nel 1989, una di quelle date-simbolo che entrano nella storia e nell’immaginario collettivo a rappresentare la fine di un’epoca. Non poteva esserci anno migliore, per Moretti, per terminare la parabola del suo alter ego Michele Apicella – protagonista di tutti i suoi film fino a quel momento (con l’eccezione di La Messa è finita) – e cercare di porre in modo più problematico rispetto al passato le ansie e le inquietudini sociali della generazione dei sessantottini.

E la forma che il Moretti-regista sceglie per raffigurare l’amarezza del suo personaggio è decisamente bizzarra: un lungo monologo a bordo piscina durante una partita di pallanuoto, dove Michele, dirigente del Partito comunista e giocatore, ci stordisce con una cascata di parole che hanno la forma della predica, mentre la partita va avanti e una serie di personaggi non meglio identificati (una giornalista, un vecchio amico, due balordi che sembrano incarnare il senso comune) lo provocano, più o meno consapevolmente, fino allo sfinimento. Il «Ti ricordi? Ti ricordi? Ti ricordi?» – l’ossessivo mantra attraverso il quale l’amico del passato spinge Michele a ricordare qualcosa – non è solo una delle gag più famose del film, bensì una delle chiavi principali per interpretarlo.

Dietro l’innaturale ripetizione dell’invito a ricordare, si nasconde la radice del malessere del protagonista: l’ossessione della memoria, storica e personale. Palombella rossa non è tanto, o non solo, un film sulle difficoltà di un dirigente comunista a trovare un significato concreto alle proprie esperienze politiche e un posto nella società in quanto individuo. La sofferenza di Michele deriva soprattutto dalla difficoltà a ricostruirsi come persona, in un continuo e infruttuoso sforzo di ricordare in che modo il passato ha formato la propria identità. Tutti riconoscono Michele. Gli altri personaggi ne conoscono la storia, le vicende personali. Tutti fanno continui riferimenti ad un evento passato durante il quale è stato “grandioso”. Lo incoraggiano, lo criticano, lo insultano, nessuno lo ignora.

Aggirandosi come un fantasma sul palco-piscina, il protagonista scopre attraverso gli occhi altrui di non sapere niente di se stesso e, soprattutto, di sentirsi spaesato in una realtà che non riesce a definire con le parole e i ricordi. La coraggiosa scelta dell’ambientazione è strettamente funzionale allo smarrimento. All’inizio del film Michele viene quasi portato con la forza a giocare la partita. Proiettata in un ambiente neutro, nella cornice di una gara sportiva dove tutti, giocatori e spettatori, interpretano un ruolo ben definito, la sua confusione diventa ancora più evidente, tragicomica perché fuori contesto. La pallanuoto, con i suoi rigidi schemi, offre la giusta contrapposizione al disorientamento del protagonista.

Dall’impossibilità di capire a fondo il significato di essere un politico, un comunista, un giocatore e, in fondo a tutto, un individuo, emerge come unica luce il ricordo della madre e dell’infanzia. La nostalgia delle piccole cose (le merendine, la mamma che asciuga i capelli) diventa così l’unica via per non perdersi completamente nei dubbi del presente. Palombella rossa è tra le migliori opere di Moretti, soprattutto per una ragione. A differenza di altri, è un film che organizza in modo coerente la dimensione politica e quella privata. Moretti ha spesso mescolato nel suo cinema storie private e critica politica, non sempre riuscendo a renderle funzionali reciprocamente.

In Palombella Rossa gli interrogativi sul significato di essere comunisti nella società contemporanea si alternano con i ricordi, ora confusi ora nostalgici, del passato, convergendo verso un unico grande tema: la costruzione dell’identità. I dubbi sul partito, sulla sua politica, uniti al bisogno di ritornare ad essere bambini, sono l’emblema di un’identità a strati. Confuse o rimosse tutte le fasi successive, l’unico momento della sua vita nel quale Michele sembra riconoscersi e trovare piena soddisfazione è l’infanzia. Quello che è venuto dopo rimane un gigantesco punto interrogativo, inconsistente nel bene e nel male perché di difficile ricostruzione.

Sebbene conservi in parte la struttura a sketch dei primi film (con tanti momenti cult come la visione di massa del dottor Zivago o le interviste della giornalista con i morettiani «io non parlo così!»), Palombella Rossa è la prova più matura del Moretti-regista che non rinuncia alla risata amara e alle trovate paradossali per riflettere sull’identità perduta. La risata beffarda del Moretti-bambino di fronte allo spuntare dietro una collina del maestoso “sol dell’avvenire” rimane una delle rappresentazioni più potenti del disincanto di un’intera generazione, costretta dalla crisi degli ideali politici ad interrogarsi dolorosamente sul significato della propria esistenza.
Regia di Nanni Moretti, con Nanni Moretti, Silvio Orlando, Mariella Valentini, Asia Argento
Genere
: drammatico
Durata: 90 minuti
Voto 8/10
(Fonte foto: Rete Internet)

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