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Noi Vesuviani, condannati a vivere in una riserva, come gli Indiani

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Ogni giorno le vicende della Circumvesuviana dicono che la democrazia dei diritti, imperfetta nel resto d’ Italia, sotto il Vesuvio è offesa e schiaffeggiata.

Che quella italiana sia una democrazia imperfetta, è una verità che non ha bisogno di dimostrazione. A febbraio andremo a votare con una legge elettorale che 90 italiani su 100 considerano un oltraggio alla dignità civica e ai valori della Costituzione.

Eleggeremo il solito numero di deputati e senatori: un numero che 90 italiani su 100 vorrebbero almeno dimezzato. Lor signori si sono riuniti anche di notte per approvare la legge sui videopoker, ma hanno tirato un sospiro di sollievo – tutti hanno sospirato, da Casini a Bersani – quando i berlusconiani hanno fatto cadere Monti per salvare il “ porcellum “ di Calderoli. E sono certo che nemmeno il prossimo parlamento metterà mano alle riforme e ai tagli che tutti gli Italiani chiedono: sì, lor signori ne parleranno in aula, in commissione, sui giornali, nei salotti televisivi, da Vespa Bruno, ma al momento opportuno ci penseranno i franchi tiratori ad affondare ciò che va affondato.

Su questo punto sono tutti compatti: compatti come quando si votano l’aumento dello stipendio. In nessuna democrazia, né matura, né acerba, c’è una tale frattura tra il parlamento e il popolo: da nessuna parte c’è un parlamento così ostinato nel non tenere in alcun conto quella volontà generale di cui, invece, dovrebbe essere interprete e garante. E lor signori si permettono anche di dire che Grillo, solo Grillo, è l’antipolitica. La democrazia italiana è chiaramente imperfetta, perché le assemblee che esercitano il potere legislativo, e cioè il senato, la camera dei deputati e i consigli regionali, legiferano in totale autonomia e fuori da ogni controllo anche su questioni che si riferiscono agli interessi – gli interessi materiali, i più materiali degli interessi – dei singoli membri: diarie, rimborsi, privilegi, immunità.

E’ un gigantesco e grottesco conflitto di prerogative, è un arbitrio supremo, che ha la forma di un circuito molte volte vizioso. Non so come si possa spezzarlo. Speriamo che il sistema, che è marcio, si sfasci da sé, sotto le spallate della crisi economica. Diceva Leo Longanesi che noi italiani la rivoluzione ogni tanto vorremmo farla, ma sempre con il permesso dei carabinieri. In realtà, il popolo italiano, esperto della cultura del peccato, è stato sempre frenato da un dubbio che ci rosica nell’intimo: chi è a tal punto senza peccato che avrà il coraggio di scagliare la prima pietra ? La novità di questi tempi è che lor signori hanno superato ogni limite, hanno violato anche i confini ultimi del decoro e della decenza.

Credevamo, noi Italiani, di aver visto tutto, e che niente ci potesse più sorprendere: e invece i consiglieri regionali Fiorito e soci, soci di destra e soci di sinistra, del Lazio, del Piemonte, della Lombardia, della Sicilia, ci hanno sorpresi, ci hanno lasciati a bocca aperta, ci costringono a domandarci, perplessi, perché nessuno si è mai accorto di alcunché, perché i giornalisti, anche quelli d’assalto, non hanno visto, e se hanno visto, perché hanno taciuto.

La linea ferroviaria Napoli – Ottajano – San Giuseppe, a vapore e a scartamento ridotto, entrò in funzione nel febbraio del 1891: 9 erano le corse da Napoli a San Giuseppe, e 9 quelle da San Giuseppe a Napoli, con un tempo di percorrenza di circa 70 minuti. Il biglietto ordinario di prima classe costava lire 0,30, quello di seconda 0, 25, quello di terza 0, 15. La prima locomotiva, costruita dalla Miani – Silvestri fu chiamata Vesuvio. Nel 1919 il Regio Commissario del neonato Comune di Terzigno protestò con la Direzione poiché l’orario invernale della ferrovia non teneva conto dei ritmi di Napoli, dove “ il movimento affaristico “ incominciava non prima delle undici.

La Circumvesuviana modificò abitudini e comportamenti, disegnò una particolare concezione del tempo, influì perfino sulla forma del paesaggio: insomma, contribuì potentemente a creare di fatto quella società vesuviana che prima era solo un topos letterario. Le statistiche e gli studi di settore hanno dimostrato che il ruolo della Circum è stato determinante nello sviluppo e nella integrazione dell’economia del territorio.

Oggi, invece, le stazioni sono luoghi in cui i Vesuviani vedono la democrazia dei diritti offesa e schiaffeggiata. Nel “ Buio a mezzogiorno “ di A. Koestler i contadini russi si recavano in stazione alle prime luci dell’alba, ad aspettare un treno che poteva arrivare anche di pomeriggio. Noi, viaggiatori vesuviani, assistiamo nelle stazioni a ripetute estrazioni del lotto: il prossimo treno non parte, il successivo nemmeno, il successivo del successivo parte. Forse. Noi tutti pensiamo – se pensiamo male, chiediamo scusa – che la Circum verrà venduta ai privati: ma prima bisogna sgangherarla, come vennero sgangherate, prima di essere regalate –sgangherate per essere regalate -, l’ Alfa Romeo e le industrie del settore agroalimentare: perché i capitalisti italiani gli affari vogliono farli a costo zero, e in più non solo non ringraziano, ma pretendono di essere ringraziati: come se, accettando il regalo, facessero un piacere alla comunità.

Alla comunità “ cornuta e mazziata “. E intanto, in attesa che lo sfascio sia perfetto, i lavoratori della Circum non prendono lo stipendio – nessuno dice se e quando lo prenderanno – e vengono gettati ogni giorno nell’arena. E a mezzo milione di cittadini viene negato, di fatto, il diritto di studiare, di lavorare, di disporre del proprio tempo : perché la soppressione delle corse viene comunicata agli utenti non in tempo utile, ma a soppressione in atto, e a voce; perché non ci sono corse alternative; perché la benzina costa come l’olio extravergine, perché mi pare criminoso progettare da una parte la riduzione del traffico delle automobili, e dall’altra l’affossamento del trasporto pubblico.

Negli anni 1995- 2007 la classe politica, le associazioni degli imprenditori e i sindacati individuarono definitivamente la linea Caserta – Nola – Sarno – Salerno come un asse fondamentale dello sviluppo della Campania: il Vesuviano veniva radicalmente escluso dalla strategia di indirizzo degli investimenti. Immaginarono per noi un destino simile a quello degli indiani che, in certi film western, dalle colline osservano in silenzio il progresso che avanza in pianura, apre le strade, fonda le città e le congiunge con la ferrovia. Ma quella esclusione non bastò. Serviva il colpo di grazia vibrato in un punto vitale: e la Circum è la carotide della società vesuviana.

Un tempo, e in altri luoghi, i sindaci delle città condannate alla paralisi e al coma avrebbero consegnato la fascia tricolore al Prefetto. Ma sotto il Vesuvio si è persa anche la cultura del “ bel gesto “. Forse a qualcuno piace fare il sindaco di una città morta.
(Indiani in delegazione a Washington, fotografia della collezione E.H. Giglioli, da " The American West ", Marsilio, 1993)

LA STORIA MAGRA

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