Napoli. La voce della gente comune. Seconda parte di una riflessione libera

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Di cosa abbiamo davvero bisogno nel nostro territorio? La lettera di un giovane napoletano e la risposta di un grande Professore. In attesa che qualcuna di queste intuizioni venga messa in atto davvero.

Riprende la riflessione iniziata la settimana scorsa consultabile nell’articolo correlato, in cui l’obiettivo principale è quello di propagandare non tanto le proposte politiche dei candidati, ma quelle dei cittadini comuni.

I tanti che hanno partecipato, intervenendo con il loro contributo, hanno toccato tematiche attuali proponendo il punto di vista di chi non fa la politica, bensì di chi vive quotidianamente i provvedimenti positivi o negativi degli amministratori pubblici. Tra i tanti ci scrive Davide, giovane napoletano di 28 anni, che attraverso una lettera toccante, trasmette la sua personale passione per il territorio partenopeo: “Ho ventotto anni e da circa ventotto anni soffro di una maniacale condizione di subalternità rispetto alla categoria del tempo. Ritengo che a un anno avessi già nostalgia dell’epoca in cui avevo tre mesi. Ciononostante da quando ho coscienza critica, ovvero da quando mi guardo intorno con senno, ho iniziato a credere che uno dei problemi veri di questa città, il più vero per quel che mi riguarda, sia quello dello spazio.

Non si respira! Io non so se siamo noi ad esser troppi o se bisogna solo buttare giù qualche muro, ma sento sempre più impellente il bisogno di spazio. Lo spazio è una cosa importante. Serve uno spazio per partorire le idee, ma poi per quello magari ti basta lo spazio della tua stanza. Dopo però le devi condividere, e allora sì che se non vuoi che piano piano si sgonfino, hai bisogno di un posto dove andare a raccontarle e dove, magari, c’entrino anche tutti quelli che hanno voglia di ascoltarle. Poi la tua idea diventa anche quella di chi ti ha ascoltato e che a sua volta se n’è fatta una sua. Allora insieme avete bisogno di uno spazio ancora più grande perché l’idea si deve realizzare, e nella tua stanza tutti quanti, tutti insieme, non c’entrate di sicuro. E fa che quell’idea era una buona idea, che si decida veramente di farne una.

Dove la mettiamo? E no qui non si può toccare, che appena rompi esce un anfiteatro greco e poi ci vogliono trent’anni per capire se dobbiamo buttarlo giù oppure recuperarlo e aggiungerlo agli altri cinquanta che abbiamo in città. E no li non ti puoi muovere perché anche se ci affacciamo da un palazzo all’altro e ci stringiamo la mano e anche se la promiscuità ce la vendiamo a chili, questi palazzi sono patrimonio dell’Unesco, se non ce li butta a terra il prossimo terremoto, magari con qualche decina di morti da piangere, hai voglia ad aspettare. Di là invece si sa, devi considerare che la notte le auto arrivano in sesta fila, allora non si può proprio. Io ho bisogno di spazio, per camminare libero. Ma non perché voglia camminare a zig zag, ma magari perché non voglio più camminare a zig zag e questo, magari, concedetemelo.

Ho bisogno di un posto se voglio suonare, cantare, leggere, sporcare un muro, fantasticare, far assomigliare questa città ad un posto normale. Un’idea io te la devo raccontare, e si che ormai lo posso fare anche qui, senza neanche conoscerti, però poi se ti posso toccare, se quando te la racconto tu mi senti tremare dall’emozione e forse vedi i miei occhi lucidi, allora magari è più facile convincerti che si può realizzare. Spazi che siano teatri, palchi, pinacoteche (ma anche paninoteche), campi di calcio, tendoni, orti, spiagge. Spazi che siano nostri, che se ci metto l’auto non devo dare una cosa a piacere a nessuno. Spazi che ‘ci vediamo là’, spazi da ornare a Natale, spazi da sporcare, spazi da spaccare. Il mio monitor, non so, sarà un 30×50, ma già mi sembra che non c’entra più quello che voglio dire.

Mi serve spazio, e se nel posto dove sono nato non c’è, allora io me ne vado a sentire la nostalgia da qualche altra parte”. Qui si sente l’odore della genialità repressa di molti giovani napoletani. In questa lettera, infatti, si percepisce il desidero di concretizzare le idee, trasformandole da sogni a fatti, da pensieri confusi a espressioni della propria identità. Il concetto di spazio. Un concetto importante e, tanto per essere ripetitivi, sottovalutato. Il Sociologo Amato Lamberti, esperto delle realtà locali, avrebbe così risposto al giovane Davide, spiegandogli qualche idea che potesse sbottonare il colletto della sua camicia favorendogli il respiro.

Un’asfissia colmabile con idee nuove, che Lamberti proponeva in “Napoli: Dov’è l’uscita?” (Graus Editore) e che forse, finalmente, qualcuno dovrebbe mettere in atto: “La mia proposta, per quanto riguarda le politiche sociali a favore dei giovani, è questa: A) attrezzare, in ogni municipalità, spazi e luoghi di aggregazione per i giovani, sul modello delle Maison de la Culture e de la Jeunesse, che sono diffuse su tutto il territorio francese. Strutture dove i giovani possono riunirsi, incontrarsi, discutere, leggere giornali e riviste, frequentare una biblioteca-videoteca, fare teatro, fare musica, navigare su internet, frequentare palestre e scuole di ballo, consultare le banche dati sulle offerte di lavoro, di borse di studio, di corsi di specializzazione, di master in Italia e all’estero.

Un luogo positivo, gestito dagli stessi giovani secondo il modello del part-time universitario, dove si possa star bene senza aver bisogno di molti soldi, dove ci si possa confrontare con quello che di positivo si muove nella città. B) negli stessi spazi, o in spazi immediatamente vicini, ma direttamente collegati, si dovrebbero attrezzare dei ‘laboratori di creatività’, dove i giovani, organizzandosi in piccoli gruppi, possano lavorare a progetti micro-imprenditoriali, ‘inventandosi’ un lavoro nel quale investire le proprie capacità e realizzare le proprie aspirazioni. Per sostenere e rendere produttiva la creatività dei giovani, nei ‘laboratori di creatività’, dovrebbero essere previsti degli stages di formazione sulla progettualità operativa e sull’elaborazione di studi di fattibilità.

C) accanto ai ‘laboratori di creatività’ andrebbero attrezzati degli ‘incubatori di creatività’ nei quali i progetti micro-imprenditoriali che si sono dimostrati ‘fattibili’ possano avviare la fase produttiva, sostenuti da un finanziamento premiale, per le spese di impianto e attrezzature, e da prestito d’onore”. Tutto ciò associato a piani di intervento per la riqualificazione degli spazi pubblici, ampliandoli e rendendoli urbanisticamente più accettabili e sicuri, consentirebbe l’estinzione di quegli spazi da sempre strutturalmente degradati, inutilizzati dalla comunità civile, seppur sfruttati dalla miseria e dalla criminalità. Territori che favoriscono l’agglomerarsi di devianze e l’assenza di relazioni sociali positive. E’ davvero così impossibile sedersi attorno ad un tavolo e decidere di realizzare tutto ciò senza un doppio fine politico e senza corruzioni?

OSSERVATORIO SOCIALE

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