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Morto Bigas Luna, “maestro” dell’eros tra cibo, provocazioni e trash

Il 6 aprile 2013 si è spento Bigas Luna, regista controverso di opere cult e film imbarazzanti.

Bigas Luna è un enigma di difficile risoluzione. Maestro del cinema erotico, provocatore, per molti semplicemente un mediocre regista di film spesso ridicoli. Il catalano – morto lo scorso 6 aprile – ha condiviso in parte il destino di un altro grande nome dell’eros, quel Tinto Brass i cui passi falsi nell’ultima parte di carriera hanno fatto dimenticare i brillanti esordi degli anni Sessanta/Settanta.

Dove si trova la verità? Per non sbagliare, si dice sempre nel mezzo. Come i grandi autori, Bigas Luna avevo uno stile inconfondibile, un gusto preciso della messinscena e un occhio non (sempre) banale. Questo grande talento è stato messo al servizio di storie provocatorie, che hanno sempre più virato verso il comico involontario col passare degli anni. Il regista Bigas Luna conosceva la forma e la tecnica cinematografica, ma non riusciva sempre a tenere le redini del racconto, tanto da far sospettare a volte che un’idea di racconto mancasse del tutto. L’inizio della fine è arrivato nel 1996, con quel Bambola che fece ridere mezzo mondo, inorridire l’altra metà e convincere tutti che si era di fronte ad uno degli orrori cinematografici più incredibili di sempre.

Eppure le prime opere erano ben altra cosa. Dopo un non memorabile esordio – Tatuaje nel 1976, da un libro di Montalbán, distribuito solo un paio di anni più tardi – La chiamavano Bilbao (1978) mostra le carte di un regista affascinato dall’ossessione sessuale. L’universo di riferimento è quello borghese, mostrato nelle sue crepe più morbose con trovate grottesche e senza consolazioni facili. Il film diventa un piccolo cult e inizia a far girare il nome del regista tra il pubblico e nei “salotti” festivalieri che contano. Caniche (1979) infatti viene presentato a Cannes. Ancora borghesia spagnola, ancora perversioni che si agitano sotto la normalità (incesto, zoofilia). Il film, come ampiamente prevedibile, fa parlare molto, convince alcuni e scandalizza altri.

Il pubblico è tiepido, la critica si divide tra chi avverte la presenza di uno stile e chi vede il niente sotto la provocazione. È un film difficile che sfida lo spettatore, ma gli va riconosciuta una gran coerenza tra forma e contenuto e il ritratto insieme lucido ed esasperato di un’ossessione. Molti lo rivaluteranno; ormai è convinzione generale che Caniche sia il miglior film di questa prima fase di carriera. Seguiranno infatti alcuni pasticci trascurabili, fino al ritorno ad un certo successo con Le età di Lulù (1990, con una giovanissima Francesca Neri). Il film in realtà è in chiaroscuro. Da un romanzo di Almudena Grandes, il racconto è quello dell’iniziazione sessuale di una giovane quindicenne, una sorta di Alice nel Paese delle Meraviglie in chiave erotica. Non mancano le scene sopra la media, ma l’impressione generale è quella di una sequela sfilacciata di provocazioni.

Nel 1992, con Jamón Jamón, arriva il maggiore successo internazionale e addirittura il Premio speciale per la regia a Cannes. Il film è una farsa strampalata tra sesso e cibo, con un cast di grandi nomi italiani (Stefania Sandrelli e Anna Galiena) e due quasi esordienti che avrebbero fatto strada: Javier Bardem e Penelope Cruz. Bigas Luna si conferma abilissimo nel mischiare i generi, dimostrando ancora una volta una gran tenuta nella forma. Jamón Jamón ha le sembianze del dramma da soap – madri cattive, intrighi, lotte di classe, tradimenti – rielaborato in chiave ironica ed esagerata: memorabile il duello a suon di prosciutti che costituisce il vertice (!) emotivo del film. La storia non ha consistenza e coerenza, ma alcune scene sono divertenti e disturbanti, ridicole (si spera) in modo voluto.

Dopo questo picco verrà un lungo declino, con poche eccezioni (il discreto La teta y la luna, del 1994). Bambola, con la partecipazione straordinaria – nel senso di straordinariamente oscena – di Valeria Marini, sarà il punto di non ritorno del cinema di Bigas Luna, facendogli perdere del tutto il poco credito che gli era rimasto presso pubblico e critica. Il film diventa un trash-cult per la sua bruttezza, insensato nei passaggi di sceneggiatura, inguardabile nella recitazione, senza alcun guizzo alla regia. Farebbe nascere il sospetto di una grossa presa in giro, se non fosse per il tono evidentemente (e inutilmente) serio. Da Bambola al 2012 seguiranno altre opere, alcune accettabili, senza mai sfiorare i fasti di La Chiamavano Bilbao o Le età di Lulù.

Di cadute nella carriera di Bigas Luna ce ne sono stati molte, forse troppe per poterne dare un giudizio complessivo positivo. Il regista catalano è rimasto spesso vittima di quei “pruriti” da borghese dipinti nei suoi primi film, di eccessi un po’ sconclusionati e di una generale incapacità a tenere un racconto saldo e sensato dall’inizio alla fine. Finita l’ispirazione per l’indagine borghese dopo Le età di Lulù, ha saputo rinnovarsi solo una volta, con Jamón Jamón, non a caso quando ha deciso di prendersi poco sul serio. Nel finale ironico e calcato di quel film ci sono l’abilità di un regista dotato di stile e personalità, vittima e complice di una memoria collettiva che non gli ha mai perdonato i tanti, troppi passi falsi.
(Fonte foto: Rete Internet)

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