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Migrants business delle organizzazioni criminali: il gioco a tre

Molti fenomeni sociali sono utilizzati dalle organizzazioni criminali per accrescere il proprio consensus e la propria capacità imprenditoriale, che risulta radicato, “embedded”, nell’economia.

Nell’osservazione del fenomeno delle organizzazioni criminali, emerge la sua trasversalità nella società. Molti fenomeni sociali intervengono, e sono utilizzati dalle organizzazioni criminali per accrescere il proprio consensus e la propria capacità imprenditoriale, che risulta, come detto già in altri articoli, radicato, “embedded”, nell’economia.

Uno dei fenomeni che sono influenzati dalle organizzazioni criminali, è quello delle migrazioni.
Se andiamo ad analizzare in profondità quest’ultimo fenomeno, è possibile distinguere due tipologie di intervento delle organizzazioni criminali, come scrive il professor Ambrosini.

Il divario crescente, su scala planetaria, tra domanda di mobilità e possibilità di ingresso legale nei paesi sviluppati, ha prodotto la formazione di una consistente industria del passaggio irregolare dei confini, sempre più strutturata e presidiata da organizzazioni criminali, per le quali il trasporto di candidati all’immigrazione rappresenta un business in rigoglioso sviluppo secondo la Commissione per le politiche di integrazione degli immigrati (2001).

Si distinguono in proposito, a livello di istituzioni internazionali, come affermato anche dall’ONU, lo smuggling e il trafficking:

• il primo termine si riferisce al semplice aggiramento dei veicoli all’ingresso, al favoreggiamento dell’ingresso irregolare, e il sostantivo smuggler potrebbe essere reso come “pastore”, un vocabolo prelevato dalla storia del contrabbando: colui che dietro compenso aiuta dei clienti consenzienti a varcare illegalmente la frontiera, svolgendo le funzioni di agente di viaggio fuorilegge.
• Il secondo termine (trafficking) identifica il più grave fenomeno della tratta di esseri umani, ed il trafficante è colui che fa entrare delle persone in un altro paese con l’inganno o con la violenza, per tenerle sotto il suo potere e sfruttarle in diversi modi (prostituzione, mendicità, lavoro coatto ecc.), oppure per rivenderle ad altri trafficanti.

Il punto decisivo consiste nel consenso e nella collaborazione attiva delle persone fatte passare attraverso le frontiere: nel caso del trafficking questi elementi mancano, oppure sono in vario modo estorti, mentre sono una componente imprescindibile dello smuggling. Distinguere la coercizione o la frode dalla scelta consapevole da parte dei soggetti coinvolti non è però sempre agevole, le zone ambigue tra questi due poli sono vaste e difficili da circoscrivere; dimostrare quindi l’assoluta soggezione alla volontà dei trafficanti, se si dà questa accezione alla “tratta”, si è dimostrato tutt’altro che scontato (Quiroz Vitale 2002).

I due fenomeni sono dunque spesso di fatto intrecciati e difficili da scindere sul piano del funzionamento operativo: possono presentare una notevole sovrapposizione ed essere attuati dai medesimi soggetti, tanto da essere inquadrabili come i due estremi di un’unica attività.

Un’interessante analisi dell’industria del passaggio delle frontiere come business globale, composta da componenti legali ed illegali, spesso difficili da discernere, è stata proposta nel 1997 da Salt e Stein. Il trafficking in questa visione ingloba anche lo smuggling, ed è inserito come elemento fondamentale di connessione nel migration business, concepito a sua volta come un sistema di reti, che comprende un insieme di istituzioni, agenti specializzati e individui, che partecipano all’attività per ricavarne profitti economici.
Salt e Stein distinguono tre stadi del trafficking:
• la mobilitazione e il reclutamento dei migranti nei paesi di origine;
• il loro viaggio attraverso i confini fra gli stati;
• l’inserimento nel mercato del lavoro e nelle società di destinazione.

Alcune organizzazioni più complesse e ramificate possono occuparsi di tutti e tre gli stadi del processo; altre volte, organizzazioni più piccole possono occuparsi solo di un aspetto del business. Il trasporto di migranti può essere inoltre interconnesso, in certi casi, con altri flussi illegali di merci: droga, armi, beni di contrabbando, denaro da riciclare.
In un’analisi del 2004, svolta dal CESPI (Centro studi di politica internazionale) sull’organizzazione del traffico di migranti verso l’Italia, consente di aggiornare, puntualizzare e anche di sottoporre a critica alcuni aspetti dell’approccio di Salt e Stein.

In luogo di un modello di economia criminale oligopolistico e piramidale, emerge infatti un modello reticolare e fluido, basato su piccole organizzazioni flessibili, senza strutture gerarchiche e rapporti durevoli, che sembrano formarsi di volta in volta e poi sciogliersi. Anche per la necessità di sottrarsi alla pressione crescente delle autorità di controllo, le risorse organizzative che risultano centrali consistono nella flessibilità operativa e nella capacità relazionale. La prima consente di adattare le modalità di reclutamento e trasporto ai vincoli determinati dalle strategie di contrasto. La seconda rimanda invece nella capacità di instaurare rapporti di collaborazione con le organizzazioni che si occupano di reclutamento degli aspiranti all’immigrazione nei paesi di origine e del transito in quelli vicini.

Tale ricerca fa emergere un “frenetico gioco a tre” nello spazio mediterraneo, tra Stati che cercano di controllare gli ingressi clandestini, organizzazioni di trafficanti e aspiranti all’immigrazione. Alcuni successi conseguiti dalle strategie di contrasto fanno pensare che le migrazioni illegali non siano inarrestabili, ma la riproposizione di nuove rotte mostra che il fenomeno tende a ripresentarsi con altre modalità, ridimensionando i facili ottimismi.

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