Bene ha fatto la S. M. “D’ Aosta” a intitolare al poeta della “Ginestra” il chiostro dell’ex Liceo. Ma non dimentichiamoci dei Medici e di padre Fiorillo, sepolti nella Chiesa del Rosario.
Giovedì 6 giugno si è tenuto nel chiostro dell’ex Liceo un “ bistrot “ letterario organizzato dalla S.M. “ D’ Aosta “ e fortemente voluto dal Dirigente prof. Michele Montella. Durante la “serata“, condotta con passione dalla docente Celeste Masi, abbiamo applaudito le doti canore di alcuni allievi e la magistrale lettura che Patrizia Arpaia ha fatto dell’ “ Infinito “ leopardiano, cesellando un ricamo di toni, di timbri e di pause.
Nella circostanza la S.M. “D’Aosta“ ha intitolato a Leopardi il chiostro dell’ex Liceo: e bene ha fatto. Perché il Recanatese, scrivendo “La Ginestra“ sotto l’ impulso di un “entusiasmo“ dionisiaco, ci ha rivelato cosa significa essere vesuviani, e vivere nel segno della precarietà, e ci ha suggerito come principio esistenziale la duttilità del “fiore del deserto”, della “lenta ginestra“. Ma Leopardi è mai venuto a Ottajano ? Don Luigi Saviano, autore di molti volumi di storia ottavianese, non ebbe mai dubbi: Leopardi è venuto nella nostra città: fu ospitato dai padri Perpetui Adoratori del SS. Sacramento nel loro convento al Rosario. Ed è venuto – scrisse il parroco – “nei primi giorni del gennaio del 1837 ”: dunque, pochi mesi prima di morire.
Sull’argomento ci fu una vivace polemica tra don Luigi e il prof. Francesco D’ Ascoli, il quale si chiedeva e chiedeva, giustamente, su quali documenti lo storico fondasse la sua certezza. E ammesso pure che sia venuto, –aggiungeva il Maestro -, egli non ha lasciato traccia, nelle sue opere, di questa visita. E allora, di che dobbiamo gloriarci? Il prof. D’ Ascoli, il Maestro, non digeriva il provincialismo di quelle che, con la sua micidiale ironia, chiamava le cronache dei “transiti“ e delle “pennichelle“: da qui è passato Garibaldi, qui ha dormito Donizetti, là si è grattato la testa Bellini. Come dargli torto?
La certezza di Don Luigi Saviano era fondata non sui documenti, ma sulla tradizione orale, custodita e trasmessa di generazione in generazione da alcuni docenti del Ginnasio che dagli ultimi anni dell’’ 800 ebbe sede, anche sotto il nome di “G.Leopardi“, nel convento annesso alla Chiesa del Rosario. Alcuni anni fa la fiducia assoluta nella tradizione orale e nelle certezze di don Luigi Saviano spinse un’associazione a collocare nel chiostro, oggi intitolato a Leopardi, una lapide destinata a ricordare ai posteri la presenza del poeta in Ottajano, e in quel luogo.
Nel libro sulla civiltà del vino vesuviano ho pubblicato la prova dell’amicizia tra Antonio Ranieri, l’ultimo amico e benefattore di Leopardi, e i Medici principi di Ottajano. Nell’agosto del 1854 il Ranieri chiese a Giuseppe IV Medici del vino rosso di Terzigno, che piaceva molto alla sorella: forse le era stato consigliato come rimedio contro la nevrastenia. Il principe rispose che, “dopo tre anni di assoluta perdita di ricolto“, gli era rimasta solo “ poca quantità, riserbata per uso della famiglia. “Di questo – scrisse il Medici – per ora ve ne invio 12 bottiglie, augurandomi che possa incontrare il gusto di vostra sorella e che, terminato, mandiate a prenderne altro, potendo assicurarvi essere schietto, vecchissimo e depurato a perfezione.”.
Nell’ottobre del ’61 Giuseppe Medici, accusato di proteggere i briganti, fu chiuso nel carcere di Avellino. Accorsero a confortarlo e a garantirne la correttezza liberali di grande prestigio, primo tra tutti il Ranieri: al quale il 3 dicembre Michele, figlio di Giuseppe, inviò un biglietto, per ricordare, ancora una volta, quanto suo padre e la famiglia tutta fossero leali ai Savoia. Ma credo che i rapporti di amicizia tra Ranieri e i Medici siano iniziati dopo il 1840 e che non possano, perciò, confortare la tradizione orale sulla presenza di Leopardi nella nostra città.
Quel chiostro, il convento e la Chiesa del Rosario sono il sacrario della storia di Ottajano. Dopo i Domenicani, andati via nel 1809, chiesa e convento vennero affidati ai Padri Sacramentisti. E tale fu, già in vita, la fama di santità del loro fondatore, padre Raffaele Fiorillo, che Ferdinando II gli concesse il privilegio di essere sepolto, “quando che sia“, all’interno della Chiesa. Padre Fiorillo, che era gravemente malato, morì lo stesso giorno, 27 gennaio 1852, in cui il Direttore del Ministero dell’Interno trasmise al sindaco di Ottajano il “Reale rescritto”. Il ricordo di padre Fiorillo resistette a lungo nella memoria degli Ottajanesi, e agitò la loro immaginazione: cento anni dopo la sua morte c’ era ancora qualcuno che giurava di aver visto, nelle notti di luna, il suo fantasma, il “munaciello“, affacciarsi dal campanile e muoversi da un angolo all’altro del chiostro.
Salire fino alle campane della Chiesa, nel buio, era per i chierichetti degli anni ’60 una notevole prova di coraggio. In quel chiostro e in quel convento folle di studenti hanno trascorso gli anni belli dell’adolescenza e della prima giovinezza, e il ricordo dei luoghi delle voci dei volti è impastato nel corpo dei sogni realizzati e dei sogni rimasti solo sogni. Che sono i sogni più belli. Nell’ ipogeo della Chiesa sono sepolti i Medici, principi di Ottajano. E’ sepolto Giuseppe I Medici, che fu personaggio di primo piano nella storia napoletana del secondo Seicento. E’ sepolto Luigi de’ Medici.
In altri tempi e in altri mondi, una città che avesse tra i suoi figli spirituali Luigi de’ Medici, intorno a tanto nome costruirebbe il suo presente e il suo futuro: perché il Cavaliere ha lasciato il segno nella politica, nell’economia, nella pittura e perfino nella cultura alimentare del primo Ottocento napoletano. La ricognizione di quell’ ipogeo va fatta. E’ in gioco la “faccia“ di tutti noi. Nel salto in lungo, perché il balzo in avanti riesca bene, è necessaria una rincorsa lunga.
(Foto: Ottaviano, primi anni ’60. Ragazzi e signorine dell’ Azione Cattolica davanti alla Chiesa del Rosario).

