Diceva il cardinale che in ognuno di noi si confrontano, in ogni momento, un io credente e un io non credente. La sua vita e la sua morte sono state una coerente riflessione sulla dignità del vivere e su quella del morire.
Mai è venuto un segno dalla parte del diavolo senza un segno più forte dalla parte di Dio.
(B.Pascal)
Gli antichi raccontarono la morte di alcuni uomini illustri come exitus, come l’uscita di scena del protagonista che condensa nell’ultimo gesto e nelle ultime parole il senso e il valore del suo ruolo. Il cardinale Martini era morto da poche ore, e già si accendeva la disputa per stabilire se avesse rifiutato l’accanimento terapeutico o le cure salvavita, già si ingaggiava una poco nobile battaglia tra le parti che vogliono appropriarsi il suo exitus, e pretendono di stabilirne valore e significato. Il Maestro del Dialogo l’aveva previsto: negli ultimi anni aveva dedicato amare riflessioni a un mondo in cui non sono molti coloro che vogliono ascoltare gli altri, e sono veramente pochi quelli che sanno farlo.
Perciò sulla morte egli disse, in “Conversazioni notturne a Gerusalemme”, parole assai chiare: perché Dio vuole che gli uomini muoiano? “Con la morte di Suo Figlio avrebbe potuto risparmiare la morte agli altri uomini. Soltanto in seguito un concetto teologico mi è stato d’aiuto nel mio travaglio: senza la morte non saremmo in grado di dedicarci completamente a Dio. Terremmo aperte delle uscite di sicurezza, non sarebbe vera dedizione. Nella morte, invece, siamo costretti a riporre la nostra speranza in Dio, e a credere in Lui. Nella morte spero di riuscire a dire questo sì a Dio.”. E’ il senso autentico della morte cristiana, già definito e illustrato dalle riflessioni di Giovanni Crisostomo e di Agostino: la morte come “visione”: gli occhi non si spengono nella notte, anzi lo sguardo rischiarato si apre su un mondo più luminoso.
Se potessi, disse il cardinale, “ in quel momento difficile, nel distacco o in punto di morte, pregherei Cristo di inviarmi angeli, santi o amici che mi tengano la mano e mi aiutino a superare la mia paura.”. La morte, la più ardua di tutte le prove, va affrontata nella luce piena della coscienza e della consapevolezza, perché in quel passo inizia una nuova storia del nostro “ saper vedere “. L’immagine del “ saper vedere “ ricorre di continuo negli scritti di Carlo Maria Martini: gli sembrava che il mondo contemporaneo si trovasse nella condizione di Edipo, a cui Tiresia, il cieco vate, la voce della divinità, dice: “Poiché tu mi hai rinfacciato la mia cecità, ti dico che tu hai gli occhi, ma non vedi il male dentro al quale ti trovi.”. Edipo ha gli occhi, ma è cieco: non “ sa vedere “, sente le parole di Tiresia, ma non vuole ascoltare e non vuole comprendere.
Il cardinale Martini ebbe il coraggio di “ vedere” la verità, e di comunicare ciò che vedeva. Nel 1989, mentre incominciava a diventare consistente il numero dei musulmani immigrati in Europa, egli dichiarò a “Panorama” (20 agosto) che l’Occidente non era preparato ad affrontare il problema: “ Pesa su di noi l’antica cultura delle crociate, una certa demonizzazione della realtà religiosa musulmana. Rarissimo è tra noi il riconoscimento della dignità culturale della sofisticata cultura islamica. Non c’è dubbio che san Tommaso d’ Aquino avesse molta più conoscenza di questa dignità di quanta non ne abbiamo noi… Emergono nuovi popoli, pur se non si vuole riconoscere subito che hanno la medesima dignità e ricchezza di valori degli altri, e la storia insegna che i barbari possono distruggere imperi secolari e dare alla storia un nuovo corso.
Qualcuno si chiede se la Chiesa non debba porsi il problema di un nuovo passaggio ai barbari, riconvertirsi alle nuove realtà.”. Martini fece il suo ingresso a Milano, come arcivescovo, il 10 febbraio 1980, nelle ore più buie della lunga notte della Repubblica, iniziata due anni prima con l’assassinio di Aldo Moro. In quel 1980 terroristi di destra e di sinistra, veri e presunti, servizi stranieri, servizi italiani “ deviati “ avrebbero eseguito la strage di Bologna, ucciso Walter Tobagi, e trasformato la tragedia dell’aereo dell’Itavia nel cielo di Ustica nel più odioso dei misteri italiani. Martini non incominciò il giro delle visite pastorali dal Duomo, secondo il cerimoniale che tutti i suoi predecessori avevano rispettato, ma partì dal carcere di San Vittore, in cui celebrò una messa in suffragio delle vittime del terrorismo, e scelse come seconda stazione del suo giro un cantiere del metrò, a circa 20 metri sottoterra.
Al consiglio di fabbrica della Marelli e agli operai dell’ Acna – si era, anche allora, nel pieno della stagione dei licenziamenti – dichiarò che la Chiesa ambrosiana non avrebbe mai abbandonato “ chi ha bisogno di aiuto “. Non furono molti i membri dell’alto clero che in quei mesi seguirono il suo esempio. Gli esordi dell’ arcivescovo Martini vennero ricordati, undici anni dopo, da Gaetano Afeltra in un articolo intitolato “Martini, un vescovo anche per i laici” ( Corriere della Sera, 22 dicembre 1991). Pochi giorni prima il cardinale aveva ricevuto i capi della Dc, venuti a Milano per un convegno, e li aveva esortati ad avere “il coraggio di cambiare vestito”: e perché non fraintendessero, né interpretassero il monito secondo convenienza , aveva citato la parabola del fico sterile, bello ma senza frutti, “che Gesù maledice dopo averne ammirato il fogliame”.
E’ probabile che oggi, grazie a lui, qualcuno si chieda se la Chiesa non “debba porsi il problema” di “saper vedere” le nuove realtà. A tutti quelli, laici o cattolici, che vogliono imparare a vedere e ad ascoltare restano i libri e gli articoli del cardinale, resta la testimonianza di una riflessione che arriva alla dottrina partendo sempre dall’esperienza personale, dal dialogo serrato tra ragione e cuore, tra l’io credente e l’io non credente “che stanno in ciascuno di noi”. Per questo egli amava i grandi scrittori “ problematici “: Seneca, Montaigne, Pascal. La prosa di Carlo Maria Martini non fluisce rotonda e paciosa come il sermone domenicale di un predicatore da pulpito, ma si increspa e si raggruma intorno a parole colme di dubbi, di speranza, di sofferenza.
Parole pesanti e vitali: nel ritmo della frase si coglie l’eco dei dolenti silenzi in cui vennero meditate. Ma alla fine il lettore attento avverte dentro di sé il segno di una intensa serenità.
(Foto: Bernardo Strozzi, Dar da bere agli assetati, 1618-1620)




