Carmine Alfieri e Pasquale Galasso demolirono,con le loro confessioni, un sistema politico che tutti sapevano marcio e che già si stava sfasciando. Antonio Iovine, invece, “tira in ballo” la verità sancita dalle sentenze dei tribunali.
L’analisi più profonda di ciò che significarono il pentimento e le rivelazioni di Carmine Alfieri e di Pasquale Galasso l’ha fatta Francesco Barbagallo nel libro >“Napoli fine Novecento- Politici camorristi imprenditori” ( Einaudi, 1997). Il terremoto dell”80 – chi sa quante persone si rallegrarono, e risero di gioia, quella sera del 23 novembre- portò in Campania fiumi di danaro, non meno di quarantamila miliardi di lire in dieci anni. E’ a tutti noto come e perchè questa incredibile quantità di danaro, che se fosse stata usata secondo logica, avrebbe radicalmente cambiato la storia di Napoli e del Sud, fu quasi solo pascolo, bottino e fonte di definitiva corruzione non solo per i politici, ma anche per imprenditori e professionisti, perno della società civile.
Infatti, la legge 80 del 1984 assegnò compiti e ruoli di alto profilo a tecnici e progettisti: spesso, scrive Barbagallo “tecnici e amministratori si confondevano nella stessa persona, che diventava anche progettista, direttore di lavoro e collaudatore”. La confusione dei ruoli e la presunzione dell’impunità travolsero anche i politici più smaliziati, inducendoli a macchiarsi, oltre che di reati assai gravi, di grossolane imprudenze. Infatti Antonio Gava, che era ministro dell’Interno, – un “improbabile” ministro dell’interno, scrive Barbagallo – in “una relazione sulla criminalità organizzata presentata alla Commissione Affari costituzionali nel dicembre’89, omise qualsiasi riferimento” ad alcuni clan vesuviani e napoletani. La successiva integrazione fu imposta “dalle immediate critiche apparse sulla stampa”.
Nell’aprile del ’90 questo “improbabile” ministro nella “Relazione sull’attività delle Forze di Polizia” dimenticò di citare le operazioni condotte nel febbraio dalla Criminalpol contro il clan Alfieri. Nell’interrogatorio del 21 e 22 marzo 1994 ( op. cit. pg. 144) Carmine Alfieri raccontò di aver ringraziato, per mezzo di un senatore, il ministro “per l’attenzione che mi aveva fatto tacendo il mio nome e la mia organizzazione nella sua relazione”. Su questo senatore portamessaggi Pasquale Galasso aveva raccontato, nell’interrogatorio del 19-3-’93, un gustoso episodio. A Nola, durante la campagna elettorale per le comunali, davanti allo studio del senatore esplose una bomba: Carmine Alfieri rivelò al Galasso “che era stato lui stesso a far mettere” l’ ordigno, su richiesta del senatore, “che desiderava mettersi in mostra come vittima della camorra” (p.160).
Alfieri e Galasso non parlarono mai di rappresentanti delle forze dell’ordine collusi con i clan: anche sul generale dei carabinieri che fu sindaco di Nola e venne coinvolto nella rete delle amicizie pericolosissime i due pentiti si limitarono a confermare alcune dichiarazioni fatte, in precedenza, da esponenti politici. Allo stesso modo, non fecero mai parola di giudici che truccassero processi e addomesticassero sentenze. Eppure i magistrati, “presidenti di tribunale e di corte d’appello, procuratori della repubblica, presidenti dei tribunali amministrativi regionali, magistrati della corte dei conti, avvocati generali dello Stato”, furono attori importanti della “ricostruzione”: ne collaudarono opere e manufatti. Il CSM osservò, in una riunione plenaria del dicembre del 1986, che la questione dei collaudi era di “notevole delicatezza”, non solo, diciamo così, in astratto, per le ragioni connesse “all’autonomia e alla indipendenza dei magistrati”, ma anche in concreto, “perchè su alcune di quelle opere pubbliche convergono sospetti (e, pare, anche indagini) per presunte irregolarità” (p.88).
“Ma il Tar della Campania, presieduto da Francesco Brignola, che di incarichi ne aveva ricevuti o se ne era assegnati ben 22, decretò l’irrilevanza della autorizzazione del CSM. Il Consiglio di Stato confermò questa decisione:i compensi per ogni collaudo oscillavano intorno ai cento milioni.” (pg.89). Talvolta opere appena collaudate e a pieni voti promosse cadevano a pezzi: ” era, tra gli altri, il caso del grosso insediamento di Monteruscello, dove furono nominati i primi, numerosi giudici- collaudatori; ma si trovarono, poi, per fortuna, altri magistrati che giudicarono e condannarono le malversazioni prodotte dalle collusioni politico- imprenditoriali- camorristiche”(p. 89).
Antonio Iovine è camorrista – imprenditore: anche lui rappresenta la risposta che la camorra ha dato alla politica, quando questa ha costruito, con i soldi della “ricostruzione”, i modelli voraci del politico – amministratore – progettista e del politico-amministratore – imprenditore: io, amministratore pubblico, affido a me progettista un incarico, e a me imprenditore un appalto. E’ iniziata così la stagione delle maschere e dei prestanome. Antonio Iovine, oltre che camorrista- imprenditore, mi pare che sia anche un “contajuolo”, nel senso che Alberto Consiglio dava alla figura: nella camorra dell’ Ottocento il contajuolo è una sorta di ragioniere generale dello Stato. Un pensatore. Uno che conosce il linguaggio e i segreti dei numeri, e i tempi delle parole. E dunque quando Iovine dice che nel tribunale di Napoli c’era “tutta una struttura che riusciva ad aggiustare i processi” e racconta ai giudici di aver mandato 250000 euro a un presidente di corte d’appello perchè lo assolvesse dall’accusa per un duplice omicidio, che ora egli confessa di aver compiuto, la situazione si fa seria. L’attacco, fondate o calunniose che siano le dichiarazioni del pentito, è diretto al cuore dello Stato.
Quando in una democrazia il sistema giudiziario perde credibilità, è come se si stracciassero le pagine più importanti del contratto sociale che è la base delle istituzioni. Per convincersene basta vedere da quali pulpiti sono partiti, nella storia dell’Italia repubblicana, gli attacchi alla magistratura (e come la magistratura stessa si è esposta, talvolta, agli attacchi che venivano da quei pulpiti). Il sistema giudiziario corre gli stessi rischi di ogni sistema: basta che un solo elemento si modifichi, o venga cancellato, o si snaturi, e tutto il sistema va in crisi, si blocca, in attesa di risistemarsi. Per risistemarsi dopo le accuse di Iovine, se ne venisse dimostrata la fondatezza, la magistratura quanti processi deve rileggere, quante inchieste riconsiderare, quanti anni di storie di politica e di camorra deve interpretare da nuovi punti di vista.
La camorra casalese ha una caratteristica tutta sua: è un edificio pensato e costruito non da un solo architetto, ma da una “scuola” di ingegneri e di “mastri” del crimine. Non in una settimana, ma in anni. Come ha fatto lo Stato a non vedere l’edificio che cresceva? Dopo le dichiarazioni di Iovine, che vanno a miscelarsi – un’esplosiva miscela- con vicende di altri alti servitori dello Stato accusati in questi giorni di essere servitori poco fedeli – la domanda si apre a risposte drammatiche. Per questo l’accusa di Iovine è, oggettivamente, “eversiva”.





