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Napoli

Le ricette di Biagio. Scialatielli “anema e core”, con vongole e broccoletti.

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E’ un piatto semplice, e universale, perchè porta dentro di sè i campi di grano, gli orti, il mare, l’insidia mediterranea dell’aglio, la forza esotica del peperoncino, e le contraddizioni che i napoletani considerano necessarie. Il casto “nudo” di Elisa.

Ingredienti: gr.300 di scialatielli di pasta fresca; gr.500 di vongole; gr. 350 di broccoletti; olio, aglio, sale e peperoncino.
Pulite i broccoletti, scaldateli; dopo averli “scolati”, calate gli scialatielli nell’acqua di cottura; tagliate i broccoletti, metteteli in un tegame con olio, peperoncino e spicchi d’aglio, fate soffriggere per cinque minuti, aggiungete le vongole, aspettate che si aprano tutte, e allora unite gli scialatielli dopo averli “scolati”; fate amalgamare il tutto per un paio di minuti e servite.
Si consiglia di abbinare il piatto a un biancolella d’Ischia, in cui ci sia una nota consistente di “forastera”.

Biagio Ferrara

E’ un piatto semplice, e universale: dentro c’è tutta la natura. Ci sono il grano della pasta, il mare, gli orti, la delicatezza dei broccoletti, il vigore acuto del peperoncino, l’insidia dell’aglio che è uno dei simboli di Napoli, perchè, come Napoli, ha avuto ed ha folle di nemici, di denigratori e di calunniatori, ma alla fine ha sempre trionfato su tutti e su tutto. Questo piatto rappresenta l’universo visto alla napoletana, un insieme agitato di virtù e di difetti, un vero e proprio elogio della contraddizione. Gli scialatielli sono una pasta strana, rimasta a metà strada tra le tagliatelle e la pasta corta, e la parola “broccoletti” suona come uno sfizioso diminutivo, ma richiama alla mente dei napoletani “‘e vruoccole”. I quali “vruoccole” già in G.B. Basile sono i vezzi e le moine delle donne: Cicella ha una “voccuccia vasarella”, è ” cianciosa, saporita, ioquarella e liccaressa ” ed è a tal punto brava a fare tutti i tipi di moine ” squasille, gniuoccole, vruoccole, vierre e cassesie” che ” scippava li core da li piette”.

Ma “vruoccolo” è, per i napoletani, anche lo stupido, e ” l’acqua ‘e vruoccole” non potrebbe essere usata come profumo. E poi le vongole. A una delle regine della loro cucina i napoletani hanno assegnato un valore metaforico che va dall’ organo sessuale femminile alla chiacchiera e allo sproloquio: nun vuttà’ vongole fora detto a chi sta parlando è un oltraggio. Tutto dipende dai punti di vista: la forma della vongola richiama quell’organo là, e il fatto che le vongole sono spesso solo un guscio vuoto le associa immediatamente alle chiacchiere di certi oratori.

Questo piatto, immagine dell’universo napoletano in cui c’è sempre posto anche per le “assenze” e per le contraddizioni, trova corrispondenze nell’ amore così come lo descrivono le canzoni. La sintesi è in ” Anema e core” che Tito Manlio e Salvo D’ Esposito pubblicarono nel 1950. Gli ingredienti dell’amore sono i soliti: l’illusione che il desiderio sia eterno, la paura che lo sia veramente, la dolcezza della passione subito contaminata dalle “parole amare”, la riduzione in un “respiro” di un amore che all’inizio coinvolge anima e cuore: “Tenimmoce accussì, anema e core,/ nun nce lassammo cchiù,/ manco pe’ n’ora,/ ‘stu desiderio ‘e te me fa paura…/ che ce dicimmo a fa’ parole amare,/ si ‘o bbene po’ campà’ cu ‘nu respiro?”.

Dal punto di vista del tema e delle immagini, non vi è nulla di nuovo, eppure è una canzone che Paliotti giudicava rivoluzionaria, perchè gli autori, per la prima volta, “inserivano un testo e una sensibilità napoletani entro un discorso musicale del tutto diverso, cioè un tipico slow, un ritmo lento sincopato.”. Credo che la rivoluzione fosse già preparata e prefigurata da valori interni alla cultura napoletana, e in particolare dalla sensibilità di Salvatore Di Giacomo. Ma ne parleremo in altra sede.

Solo dei poeti e dei musicisti napoletani possono trovare novità radicali dentro l’antico, e solo i grandi pittori napoletani possono immaginare, disegnare e dipingere la castità di un nudo, la nudità di una donna casta. E’ quello che ha fatto nel quadro che apre l’articolo Luigi Crisconio, un pittore grandissimo, che, poichè era anche una persona seria, si condannò ad essere ignorato, trascurato, dimenticato. Il corpo della moglie – ho scritto in un mio libro – ” appare maestoso agli occhi di Luigi Crisconio, e dunque ai nostri: è un corpo quieto, la mano che copre il pube non produce un’immagine di ambiguità, anzi pare che spenga ogni suggestione allusiva. E’, il quadro, una meditazione sull’ energia feconda della natura, è un inno alla potenza: se Lucrezio avesse visto questo capolavoro, l’avrebbe indicato come la più affascinante interpretazione dell’alma Venus, della Venus physica, che apre il suo poema.” La testa della donna è piccola, aguzza: per accrescere la maestà del corpo e per aiutarci a notare che lo sguardo di lei è dimentico della nudità, va dietro ai ricordi, e cerca di nascondere un’intima sofferenza. Ma nulla sfugge all’occhio del pittore: che coraggiosamente registra l’intensità di quella pena.

 L’OFFICINA DEI SENSI

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