L’ episodio di Oppido Mamertina è un’anomalia in una storia che è essa stessa tutta un’anomalia. La “religiosità” mafiosa è costruita sulla certezza che solo l’idea della morte violenta conferisce il senso ultimo al pensare e all’agire.
Suggerisco alla redazione del nostro giornale di aprire una nuova rubrica, e di intitolarla “ La scoperta dell’acqua calda”. Ho trovato insopportabili i proclami di alcuni alti prelati che anche a Oppido Mamertina hanno scoperto l’acqua calda , e perfino che un sentimento religioso “pervertito” condisce spesso l’azione della criminalità organizzata. “I preti dovevano scappare” ha sentenziato un monsignore: a cui potremmo obiettare che se i preti non sono scappati, non vuol dire che essi siano dei Don Abbondio: potrebbe voler dire solo che essi non vedevano nulla di nuovo e di strano nel cerimoniale: quello che stava accadendo era già accaduto negli anni precedenti. E nessuno aveva protestato.
Per fortuna, gli articoli di Attilio Bolzoni e di Francesco Merlo ( la Repubblica, 8 e 9 luglio) hanno rinfrescato la memoria, appassita per il caldo, di qualcuno e, soprattutto, hanno ricordato che intorno alle processioni e ai riti della religiosità popolare scorrono fiumi di soldi, buste, elemosine, pie offerte: un flusso orizzontale, con consistenti fiotti e getti verticali. Hanno anche ricordato, i due giornalisti, che nelle famiglie dei boss siciliani e calabresi c’è di frequente il parente sacerdote: Calogero Vizzini, “ il re Sole della mafia” ( G. C. Marino) aveva un fratello vescovo, e vescovo era anche uno zio: dicono gli storici che entrambi i vescovi restarono estranei alle logiche della mafia.
In paesi in cui i boss e i picciotti si contano a decine, è fatale che le processioni sfilino davanti a qualche casa “segnalata”, e che nessuno si metta ad annusare l’odore dei soldi che gli abitanti di quella casa offrono ai preti del posto perché li distribuiscano: ai poveri, ovviamente. Ma l’inchino della statua, se c’è stato veramente, mi ha sorpreso. Credo che sia, nella storia di questo tipo di blasfemia, un unicum. Non ricordo di aver mai letto qualcosa del genere nei libri e nelle carte di archivio che parlano di camorristi e mafiosi: la “perversa” logica delle due società criminali non avrebbe oltraggiato in questo modo un sentimento complicato in cui si mescolano superstizione e paura della morte. Raccontò Abele de Blasio, non nascondendo i suoi dubbi, di aver appreso dal Pubblico Ministero Chapron che nel 1893 i camorristi accusati di aver ucciso una guardia di P.S., ascoltata la sentenza di condanna, “ estrassero di tasca l’abitino della Madonna del Carmine, lo strapparono e lo calpestarono per far così onta alla divinità, che non aveva permesso la loro liberazione.”
Due anni fa, a Castellammare di Stabia, il sindaco Luigi Bobbio abbandonò la processione di San Catello, non essendo riuscito a convincere il vescovo Cece ad annullare quella sosta in via B.Brin che era, ufficialmente, un omaggio alla Chiesa di Santa Fara, chiusa da anni, ma diventava di fatto un “onore” per il vecchio boss Raffone “Battifredo”, domiciliato in un appartamento contiguo alla chiesa. “Quando la statua di San Catello è giunta sotto la Cappella, il capoclan si è affacciato come sempre, ha mandato un bacio al santo e, dopo la sosta, ha fatto cenno ai portatori che potevano riprendere la marcia.” ( Il fatto quotidiano, 11 gennaio 2012). Ma anche in questo caso nessuno ha potuto dire che il Santo si era inchinato al boss.
Il De Blasio ci dice che i camorristi prediligevano il tatuaggio religioso (vedi foto), anche perché “nessuno dei sanguinari e nessuno dei ladri lascia, prima di commettere il delitto, di raccomandarsi ai santi o alle anime del Purgatorio”. Da De Blasio apprendiamo anche che il 30 aprile del 1895 si incontrarono in uno dei più noti ritrovi di Napoli, il Caffè De Martino, a via Salvator Rosa, i camorristi dell’ Avvocata, guidati da Luigi ‘o Spiniello, e quelli di Montecalvario, il cui capintrito era Salvatore il pizzaiolo. Discussero a lungo, i due gruppi, su un argomento molto serio, e cioè su come bisognava dividere le elemosine che i fedeli avevano offerto alla Madonna della Pignasecca. Non si misero d’accordo, e perciò “decisero lo sparatorio previo regolare dichiaramento.”. Venne ferito anche un certo Gaetano, “ comproprietario del quadro della Madonna.”
Quando qualcuno mi chiede come si può spiegare la “religiosità” dei criminali, penso a Pietro Aglieri, “ ‘u signurinu”, boss di mafia e studioso di teologia, che nel marzo del 2004, intervistato sul tema da un giornalista di “Repubblica”, citò la prima lettera di San Paolo apostolo ai Corinzi: “mi sono fatto servo a tutti per guadagnarne il maggior numero (…), con coloro che non hanno legge sono diventato come uno che è senza legge”. Certo, non c’è teologo che possa condividere questa lettura assai “parziale” del passo paolino: parziale, ma certamente non maliziosa. Mafiosi e camorristi “credono” nei santi attraverso la prospettiva delineata dalla loro cultura: ed è una prospettiva “economica”, nel senso che i pagani davano al culto degli dei. I santi sono patroni, proteggono dal carcere e nel carcere, difendono dalla morte. E le relazioni tra i Santi protettori e coloro che chiedono la loro protezione è ancora più salda, se gli “intermediari” condividono, o almeno conoscono da dentro la cultura mafiosa.
Nei documenti di archivio e nei verbali dei processi, dalla seconda metà dell’’800 fino ad oggi, sono numerose le dichiarazioni dei camorristi intorno al ruolo che ha, nella loro concezione delle cose, il sentimento della morte incombente: tengo ‘a morte ‘ncoppa ‘a noce d’’o cuollo. Questo spiega la devozione dell’ Onorata Società per le Madonne Nere, la Madonna del Carmine, la Madonna di Montevergine, la Bella Madre dell’ Arco, che hanno il potere di spegnere le fiamme del purgatorio e dell’inferno, e sulla terra, e nell’aldilà. Ha scritto la sociologa Renate Siebert che “ la prassi mafiosa ha elevato la morte violenta a idolo e a ultima ratio di ogni pensare e agire.”. La statua “santa” è il segno di un potere superiore e misterioso che conosce e, forse controlla, i tempi e gli itinerari della Morte.
(Immagine: F.P.Michetti, disegno per "Il voto", 1882- 1883)





