Gli ultimi dati parlano chiaro: in Italia ci sono molti immigrati, che partecipano alla vita della società, facendo lavori sporchi e tentando di integrarsi in vari modi. Non dobbiamo più aver paura di loro.
L’Italia ( ove ancora non lo avessimo capito) è un Paese di immigrati. Siamo a quota 5 milioni: uno su dodici residenti nel nostro Paese. È uno dei dati della ventiduesima edizione del Dossier statistico immigrazione della Chiesa italiana, attraverso l’ Ufficio della Migrantes e presentato a Roma la scorsa settimana. Il messaggio che il Dossier ha scelto per il 2012 è “Non sono numeri”. Il titolo parla da sé: gli immigrati hanno una loro dignità, in quanto persone. Entrando nel vivo delle problematiche, dal Dossier si evince che nel 2011 sono state 42,5 milioni le persone costrette alla fuga in altri Paesi. Molte le domande d’asilo (895mila) nell’Unione Europea e 37.350 in Italia.
Nel 2011 le domande sono state presentate in prevalenza da persone provenienti dall’Europa dell’Est e dal martoriato continente africano. Gli sbarchi dal Nord Africa, confluiti per lo più nell’isola di Lampedusa, hanno coinvolto circa 60mila persone, in partenza prima dalla Tunisia e poi dalla Libia (28mila). Il Dossier ha stimato che il numero complessivo degli immigrati regolari, inclusi i comunitari e quelli non ancora iscritti in anagrafe, abbia di poco superato i 5 milioni di persone alla fine del 2011. I principali Paesi di origine sono risultati: Romania 997.000, Polonia 112.000, Bulgaria 53.000, Germania 44.000, Francia 34.000, Gran Bretagna 30.000, Spagna 20.000 e Paesi Bassi 9.000.
Per quanto riguarda il mondo del lavoro la grave crisi ancora in corso tra il 2007 e il 2011 ha provocato la perdita di un milione di posti di lavoro, in parte compensati da 750mila assunzioni di stranieri in settori e mansioni non ambiti dagli italiani. Anche nel 2011 gli occupati nati all’estero sono aumentati di 170mila. Attualmente gli occupati stranieri sono circa 2,5 milioni e rappresentano un decimo dell’occupazione totale. Nello stesso tempo tra gli stranieri è aumentato il numero dei disoccupati (310mila, di cui 99mila comunitari) e il tasso di disoccupazione (12,1%, quattro punti più in più rispetto alla media degli italiani).
Motivati dal bisogno di tutela, sono oltre 1 milione gli immigrati iscritti ai sindacati, con una incidenza dell’8% sul totale dei sindacalizzati e del 14,8% sulla sola componente attiva. Anche il settore agricolo, quasi totalmente abbandonato dagli italiani, per molti immigrati costituisce una prospettiva di inserimento stabile (allevamenti e serre) o un’opportunità limitata a determinati periodi dell’anno (lavoro stagionale) o quanto meno al momento dell’ingresso, al punto che l’agricoltura è stato il solo settore ad aver registrato, per gli immigrati, un saldo occupazionale positivo.
Altri settori per i quali il contributo degli immigrati continua a risultare fondamentale sono l’edilizia, i trasporti e, in generale, i lavori a forte manovalanza. Gli immigrati incidono, inoltre, per oltre un sesto nelle cooperative di pulizie e per oltre un terzo in quelle che si occupano della movimentazione merci. Il tema dell’immigrazione inevitabilmente porta il dibattito su nodo cruciale della politica italiana: il problema della cittadinanza. Attualmente, infatti, pur riscontrando un elevato numero di immigrati, il governo italiano rilascia ogni anno un numero limitato di cittadinanze. Ma è la cittadinanza che rappresenta il prerequisito imprescindibile per ottenere integrazione e stabilità.
Gli immigrati devono essere percepiti come persone disposte a impegnarsi, ma bisognose di essere riconosciute nella loro dignità dagli italiani e sollecitate a lavorare insieme. Non possiamo né dobbiamo avere più paura degli immigrati. Tanto più che l’Italia non può dimenticarsi che prima ancora di essere Paese ospitante, è stato “ospitato”, come ci ricordano i circa 30 milioni di espatriati nell’ultimo secolo. Spetta a tutti dare il nostro contributo per sensibilizzare l’opinione pubblica verso un’apertura nei confronti degli immigrati e per finalmente vivere quella “convivialità delle differenze”, così cara a don Tonino Bello.
(Fonte foto: rete internet)

