Giornali, televisioni, cinema entrano nel gioco delle relazioni internazionali dando un potere enorme a chi li controlla. Anche internet – potenzialmente di tutti – non si sottrae: omette, costruisce, manipola immagini e parole.
Si è scritto molto in tema di relazioni tra media e politica e sui modi in cui i mezzi di comunicazione di massa influenzino le decisioni del pubblico e le percezioni degli eventi. Anche le relazioni internazionali e la geopolitica, sebbene in modo più difficili da inquadrare, “si fanno” attraverso i media, che indirizzano e determinano le scelte strategiche e l’impatto degli avvenimenti sulla popolazione mondiale. Dalla prima guerra del Golfo (forse il primo grande evento mediatico globale) fino ai recenti disordini in Africa settentrionale, in Siria e in Palestina, il potere dell’immagine ha influenzato la politica internazionale e la sua percezione.
L’informazione che passa sui media è sempre parziale, per necessità o furbizia. La copertura delle guerre, ad esempio, viene fatta da prospettive particolari; i giornalisti seguono gli eserciti regolari mentre non hanno contatti, in genere, con insorti o ribelli. Il racconto, volenti o nolenti, è di parte ed è gestito soprattutto dalle grandi testate occidentali che hanno i mezzi e i collegamenti necessari a sostenere lo sforzo di una cronaca di guerra.
La costruzione di immagini da parte della comunicazione, soprattutto televisiva, non ha a che fare solo con la gestione delle informazioni, ma influenza lo spettatore anche indirettamente. Le rappresentazioni formano le mappe mentali nella mente dei consumatori. I simboli e i luoghi comuni dell’informazione creano nuove geografie che mescolano realtà e semplificazioni.
Questo avviene anche attraverso i canali più inaspettati, come il cinema o gli show televisivi, che nella secondo metà del Novecento hanno svolto un ruolo fondamentale nei processi di costruzione delle nazioni e nella trasmissione di input. L’epopea del West del cinema americano o i film di propaganda tipici di molte cinematografie dell’Europa orientale hanno veicolato messaggi chiari con toni epici conditi da omissioni e mistificazioni. Queste opere hanno profondamente modellato anche il pensiero di chi era esterno a quelle realtà; il film esportava una visione in grado di condizionare l’immaginazione dello spettatore. Anche la televisione ha funzionato e continua a funzionare come strumento geopolitico, meno epico ma più invasivo in virtù della sua presenza costante come sottofondo della quotidianità. Telegiornali, programmi di intrattenimento, fiction, tutto assume o può assumere una rilevanza politica attraverso la comunicazione di modelli, aspirazioni, comportamenti.
I media hanno un potere tale da influenzare anche le relazioni internazionali e la percezione degli altri. La propaganda “contro” il nemico è un classico dell’arte militare e politica; ma l’epoca della comunicazione di massa fornisce nuovi strumenti a chi ha intenzione di guidare e formare l’opinione pubblica. La stampa e la televisione possono ingigantire o rimpicciolire gli eventi, convincere la popolazione che un determinato comportamento è legittimo, dipingere a piacimento l’avversario. La falsificazione è solo lo strumento più grossolano; omissioni e visioni parziali sono i trucchi preferiti per piegare la realtà alle proprie esigenze.
Potremmo pensare che questo potere straordinario della comunicazione sia nelle mani soprattutto dei grandi network occidentali. Ma altre potenze regionali sono in crescita; le produzioni indiane e di alcuni paesi sudamericani sono un veicolo per portare fuori dai confini nazionali immagini e parole.
In questo scenario variegato l’avvento di internet ha cambiato gli equilibri. Oggi chiunque ha la possibilità di trasmettere un’immagine, un’idea, una testimonianza. La comunicazione geopolitica può raggiungere tutti e partire da tutti. Pensiamo al ruolo svolto da un social network come Twitter e da migliaia di reporter per caso durante la primavera araba oppure alla velocità con la quale foto e dichiarazioni girano senza possibilità di intervento.
È la classica arma a doppio taglio: l’assenza di controlli fa crescere la probabilità di falsificazioni o errori; ma la possibilità per tutti di arrivare a milioni di persone può portare alla ribalta esigenze e problemi prima trascurati dai canali ufficiali.
La rete è potenzialmente lo strumento più adatto per smascherare la costruzione dei messaggi politici, ma la sua democraticità è da una parte solo parziale (pensiamo alle censure oppure al dominio della lingua inglese), dall’altra porta alla proliferazione di possibilità di manipolazioni “dal basso”. L’incrocio tra politica e comunicazione, anche nella sua forma più diffusa e democratica, è sempre imprevedibile e pericoloso.
(Fonte Foto:Rete Internet)





