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Il destino delle tesi di laurea in fondo alla pattumiera

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All’università degli studi di Salerno centinaia di tesi vengono destinate al macero, cestinate come spazzatura nei corridoi dell’ateneo. il sacrifico intellettuale ed economico degli studenti finisce sul fondo della pattumiera.

Purtroppo non è una novità sentire parlare di scandali che imperversano tra i corridoi universitari della Penisola. L’ormai celebre, triste motto “Con la cultura non si mangia” è divenuto il requiem che commemora le ceneri di un’istituzione in declino, depauperata dai tagli, ferita dalla privatizzazione. A farne le spese, ovviamente, sono gli studenti che da nord a sud, rappresentano una generazione impoverita nella formazione, che non possiede gli strumenti didattici adeguati per crescere e maturare sotto il profilo culturale e professionale.
Come se non bastasse, oltre al danno, si ripropone puntualmente la beffa. Il fatto grave è avvenuto all’Università degli Studi di Salerno; se ne sentiva parlare, qualcuno diceva di aver visto, i professori che si trattasse esclusivamente di leggenda.

Ma la fotografia scattata da noi lo scorso febbraio, nei pressi dei dipartimenti dell’ateneo salernitano, parla chiaro. E racconta di uno spreco senza pari: centinaia di tesi cestinate, neanche troppo lontano dallo sguardo dei passanti sdegnati.
Per non fare torto a nessuno, c’è di tutto: tesi di diritto tributario, economia aziendale, lettere e filosofia, sociologia, ingegneria; ogni facoltà dell’ateneo è ben rappresentata.
La reazione degli studenti che, passando da un corridoio all’altro, si trovavano di fronte allo scempio è diversa: c’è chi sorride amaramente, chi impreca, chi s’indigna alzando la voce. Fil rouge che li accomuna è la rabbia. La rabbia per un gesto degradante.

La rabbia per la mortificazione subita. La rabbia che significa rimorso, per aver creduto che il frutto del proprio sacrificio potesse valere qualcosa in più di un voto alla prova finale e di un “opera da pattumiera” . Con quel gesto, l’Università spazza via i sogni e le speranze degli studenti, trasformandoli in carta straccia.
A rincarare la dose, s’aggiunge lo schiaffo in pieno volto agli stenti dei molti studenti: iscriversi all’Università – soprattutto oggi – costa caro. Mantenersi per i cinque anni che li separano dall’obiettivo vuol dire investire, soprattutto economicamente.

Così come costa redigere e rilegare una tesi. Facciamo due conti: la copertina in similpelle – in realtà è cartone rigido, del tipo enciclopedia di quart’ordine – con stampa a caldo e rilegatura costa intorno ai 20 euro. A questo si aggiunge la stampa del contenuto che, per una tesi media di 80 pagine, si aggira intorno ai 4-5 euro, se non ci sono parti a colori. Moltiplichiamo tutto per due – una copia rimane allo studente e un’altra al relatore – e siamo, mediamente, a 50 euro. Le altre spese inerenti al conseguimento del titolo – materiale burocratico e pagamenti vari – superano i cento euro, se arrotondiamo la cifra per difetto.

La foto è la dimostrazione che la conservazione del sapere è solo un’idea. Concretizzarla nella pratica significa disperdere gli stenti economici e gli sforzi culturali, trattandoli come spazzatura: questo è il messaggio che l’Università lascia passare con l’incresciosa vicenda. Va notato, però, che l’ateneo salernitano si dimostra sensibile ad un altro fenomeno; il cestino che raccoglie la carta recita in tutte le lingue possibili “Difendi la natura”: Unisa rispetta l’ambiente, ma non certo lo studente, il suo lavoro e la sua dignità.

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