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Il “Palazzo Albertini” a “Piazzolla”. Una “San Leucio” mancata.

Inedite notizie su un’attività che avrebbe potuto trasformare l’economia del territorio. Quando i Borbone erano la casa regnante più “illuminata” d’ Europa:

Il “Palazzo Albertini” di “Piazzolla”, alla fine del ‘700, conobbe il suo massimo splendore architettonico, per presenze regali e per essere stato un laborioso opificio per la produzione della seta. Nel 1562 Hyeronimo Albertino acquisì la proprietà di 600 moggia di territorio, mediante un atto di donazione del “Monastero dei SS Severino e Sossio” di Napoli. La proprietà fu detenuta fino al 1712, anno in cui l’ultimo rampollo, Pietro Antonio, cedette il “Feudo della Piazzolla” a Don GioBatta De Ponte, Duca di Flumeri: la famiglia lo conservò fino all’ultima erede, Cecilia.

I De Ponte, “assignatari fiscali sopra la macena e la gabella del vino” in Ottajano, comprarono il feudo solo per ricavarne una rendita; in realtà, il detentore materiale fu l’ordine religioso dei Gesuiti, detti “Libertini”, che come compatroni ne esercitarono la gestione fino al 1767, anno in cui la “Compagnia di Gesù” fu espulsa dal Regno: i loro beni a Piazzolla furono confiscati e incamerati dalla Regia Corte con la denominazione “Reali Casini di Albertini e Cacciabella”, per essere utilizzati come dimora estiva del Sovrano per battute di caccia, alle quali si dedicava assiduamente seguito da cortigiani.

In questi anni di munificenza il Re dispose l’ampliamento del Real Casino di Albertini e l’intero complesso cominciò ad assumere un aspetto imponente, interamente curato dall’allievo del Vanvitelli, “Regio Ingegniero Magnifico“ Francesco Collecini, il quale ne fece una piccola “reggia di campagna“, munita di Cappella privata per la Regina, sale riscaldate da camini rivestiti di marmo, “trasportati dalla reggia di Caserta”, 45 stanze per ospitare la corte, un’ala interamente dedicata a laboratori, una chiesetta per il popolo , un ufficio dove il Regio Notar Carlo Pisanti di Ottajano, rogava gli atti relativi alla vendita della legna, delle fascine, delle foglie di gelso ricavate dal bosco del “Gaudio”.

In questo periodo fu iniziato il disboscamento del “Gaudio” a vantaggio della coltivazione della vite e dell’erbaggio per il bestiame ed in particolare fu incentivata la coltivazione dell’albero di gelso finalizzata alla produzione e alla lavorazione della seta. Nel 1790 il “Palazzo Albertini” ed il “Bosco di Cacciabella” con casamenti e giardini vennero censiti a beneficio di Don Giacomo Bruzone , di “nazionalità genovese“, per annui ducati 500, con l’obbligo di costruire una filanda di sete organzine, nelle vicinanze di Nola, per sollievo della gente povera di Ottajano. Del gelso, ornamento dei lati dei viali del bosco, se ne intensificò la coltivazione abbinandola all’allevamento del baco da seta e sua lavorazione, per innescare quei meccanismi economici virtuosi atti a trasformare la base degli equilibri economici e i profili sociali del territorio.

Il “contadino-metatiere“ raccoglieva le foglie dei gelsi per nutrire i bachi, le donne di famiglia li covavano in seno per ricavarne la preziosa bava da vendere agli artigiani, onde la trasformazione in filati e tessuti o commerciarla in grezzo. Giacomo Bruzone, precettore della “Scuola del Carminello” di Napoli, Istituto che tra le varie attività prevedeva anche l’insegnamento della tessitura della seta a orfani e poveri, per affermare la sua iniziativa industriale, trasferì alcuni maestri del Carminello a “Piazzolla”, perché insegnassero ai coloni l’arte della lavorazione di quella materia, ivi prodotta. Nel “Palazzo Albertini” fu creato il locale per la custodia dei bachi, la “cocoliera”, appositamente riscaldato da stufe, i forni per la cottura dei bozzoli, mentre in altri locali si installarono macchine per la trattura del filugello ed i telai per la tessitura delle stoffe di seta.

La filanda cominciò a produrre ed i risultati furono sorprendenti, ma nel 1799 “per sei mesi e più si filò nel Palazzo d’Albertini e le sete furono vendute alla Real Fabbrica di San Leuci. Nell’anno successivo si cominciò la compera dei folleri e la filanda; ma facendosi da naturali de convicini Paesi dei continui saccheggi, si è sospesa l’operazione; e la maggior parte de folleri si è trasportata a San Leuci per farla filare con sicurezza”.

In un rapporto relativo al devastamento della fabbrica e del bosco, secondo la versione del Bruzone, fu “eseguito dai naturali di Ottajano, e di altri luoghi vicini, sulla credenza di essere rimasti detti beni senza padrone. Il Generale francese diede ordini per impedirsi il devastamento e castigarsi i rei e si pubblicarono i bandi per mezzo di quelle Corti. Soggiunse, senza però giustificarlo, che dopo liquidato il danno e prodotto formale querela, dal sedicente Governo ne fu commessa l’informazione ai ministri di Nola, da quali fattosi l’accusa e preso l’ingenere, si procedè all’informazione contro de devastatori, che a quest’ora sarebbero stati castigati, se dalla Casa del Giudice Longhi di Nola, che ha sofferto il saccheggio, non si fossero involate le carte relative a tale affare”.

O tempora o mores”: Che tempi che costumi, avrebbe gridato Cicerone per maledire la dilagante corruzione, la confusione sociale, la carenza della giustizia e l’avanzata di attività criminali sempre più perniciosa agli interessi collettivi. Tutti motivi che hanno sottratto ai nostri antenati la possibilità di apprendere e tramandare un’arte, sicura fonte di lavoro e presupposto di cambiamento delle condizioni economiche e sociali del nostro territorio.

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