I precedenti storici: nel Basso Impero i tirannelli del periodo vivevano di eccessi e di perversioni. Una vera cultura della depravazione, anche se qualcuno si rifiutò di gridare >viva la gnocca!. Di Carmine Cimmino
Il “Basso Impero“ è basso perché è l’ultima fase della storia dell’Impero Romano – gli ultimi 250 anni, più o meno -, ed è “basso” perché la società e le istituzioni si sgretolano a poco a poco – resiste a lungo solo la struttura dell’esercito- e poi tutto affonda nel marasma di una corruzione “cosmica“, che degrada i costumi morali, i valori della famiglia, le dimensioni pubbliche e private della dignità e del decoro. Da “basso impero“ diventa così ogni vicenda storica che precipita verso la sua conclusione in un clima da Sodoma e Gomorra: e non mi pare che sia il clima dell’Italia di oggi. Oggi, il solo dramma è la crisi dell’economia: certe manie sessuali e le offese inflitte al decoro pubblico non diventano tragiche perché sono, in partenza, ridicole.
Gli eserciti romani del Basso Impero eleggono gli imperatori, li “consumano“ rapidamente, e li gettano via: in alcuni momenti Augusti e Cesari legittimi e “usurpatori“ sono così numerosi che si fa fatica a tenerne il conto. Il potere assoluto risulta, alla fine dei conti, assai fragile. Pochi sono degni del trono: tutti gli altri sono tirannelli: il tirannello è la caricatura del tiranno. Il tirannello è osceno. L’oscenità sta prima di tutto nella sua incapacità di stabilire un ordine delle cose, o di rispettarlo, qualora l’ordine sia stato delineato.
Egli, sentendosi onnipotente, altera senza sosta la prospettiva degli spazi in cui cose e persone devono collocarsi per poter esistere e agire: il tirannello pretende che il suo arbitrio sia la sola fonte delle norme e delle regole e solo in punto di morte si accorge che questa pretesa è prova non di potenza, ma di debolezza estrema. Nessuno dei tirannelli del Basso Impero sfugge al pugnale e al veleno dei congiurati, e tutti vivono i pochi giorni di potere nel terrore del sospetto e dell’attesa. L’oscenità si manifesta, con evidenza esemplare, negli eccessi e nelle perversioni sessuali: non c’è imperatore, da Tiberio in poi, che si sottragga alla tirannia del sesso. Perfino Marco Aurelio, l’imperatore filosofo, non riesce a difendere il proprio decoro dalla scostumatezza della moglie, che gli impone di conferire incarichi prestigiosi al folto drappello dei suoi amanti.
Egli non può non sapere ciò che tutta Roma sa. Alcuni imperatori, Commodo, Caracalla, l’incredibile Eliogabalo, esibiscono la sfrenatezza dei loro appetiti sessuali con una indecenza plateale e calcolata: pare che vogliano spingere i sudditi alla dissolutezza, sollecitandoli con il loro esempio. La depravazione collettiva è, in tutta la storia dell’Impero, il vero strumento del potere, perché riduce uomini e donne a cose: solo questo vuole il tiranno: che i sudditi siano consapevoli di essere cose, e ne provino piacere: che si illudano, nell’essere volgari, di essere liberi. I tirannelli non sanno controllare questa cultura della depravazione: anzi, ne sono le prime vittime. L’imperatore Tacito, che resse l’impero dall’autunno del 275 al giugno del 276, aveva più di 70 anni, e dunque gli fu facile resistere alle donne come resisteva ai piaceri del vino e della buona tavola.
Era goloso solo di lattuga, perché gli conciliava il sonno. Fu così ingenuo da ordinare che venissero chiusi tutti i bordelli di Roma, ma il provvedimento ebbe vita assai breve. Quando dispose che il mese di settembre fosse chiamato Tacito, poiché egli era nato ed era stato fatto imperatore proprio di settembre, fu chiaro a tutti che il vecchio era uscito di senno; e così gli stessi soldati che l’anno prima avevano ucciso l’imperatore Aureliano uccisero anche lui. Gordiano il giovane era un raffinato, gradiva il vino aromatizzato con le rose e con l’assenzio, mangiava poco e amava molto: i biografi gli attribuiscono ventidue concubine e ottanta figli. L’usurpatore Firmo lo chiamavano Ciclope, perché un folto vello di peli gli copriva il corpo.
Era capace di divorare uno struzzo al giorno, e di bere due secchi di vino e di restare più sobrio anche di chi non aveva bevuto nemmeno una goccia. Ma i soldati dell’esercito d’Oriente si convinsero a proclamarlo imperatore quando lo videro esibirsi in un numero da circo: si inarcò all’indietro appoggiandosi sulle mani che toccavano terra, gli misero un’incudine sul petto, e sull’incudine scaricarono martellate spaventose. Ma Firmo – il nome era tutto un programma – non si mosse di un millimetro, e non aprì bocca. E tuttavia ci pare eccessivo averlo considerato degno del trono solo per questa prova di forza e di agilità. Ricordiamoci di Firmo, quando facciamo i sottili sulle qualità e sulle virtù dei nostri parlamentari. E ricordiamoci della “sobria ubriachezza“ di Bonoso, che le truppe dell’ Occidente volevano imporre come imperatore.
Bonoso era completamente ignorante, e questo non è un problema nemmeno oggi. Ma sopportava il vino come nessun altro. Per questa sua dote, già quando era soldato semplice, aveva l’incarico di incontrare gli ambasciatori dei barbari: li imbottiva di vino bevendo insieme a loro, e quando i barbari crollavano vinti dai fumi dell’ubriachezza, li interrogava, e quelli si aprivano, e svelavano tutti i segreti. Madre Natura aveva dato a Bonoso una rara elasticità di reni e vescica, e perciò egli si liberava immediatamente del vino bevuto. L’imperatore Massimino era un Ercole: grande mangiatore, gagliardo bevitore, imbattibile lottatore. Queste virtù gli consentirono di diventare, da soldato semplice, generale, sebbene la sua ignoranza fosse solida e impermeabile.
Un giorno Eliogabalo, il più depravato degli imperatori, lo sfidò: “Dicono, Massimino, che sei stato capace di abbattere 30 lottatori in una sola volta. Ce la “faresti“ 30 volte di seguito con una donna?“. Massimino, invece di gridare: vivat ligula, che si potrebbe tradurre viva la macina, viva la gnocca, si congedò immediatamente dall’esercito, non tollerando la volgarità dell’imperatore. Non si sarebbe comportato così l’usurpatore Proculo, che era originario di Alberga, e discendeva da famiglia nobile: ma i suoi antenati erano stati briganti. Capitava anche allora. L’infelice Proculo ebbe la sventura di sposare una donna che non solo si chiamava Vituriga, ma era più maschio che femmina: ed era anche gigantesca, così che tutti la chiamavano Samso, Sansone.
Si capisce perché Proculo, proclamatosi imperatore, quando gli portarono cento prigioniere Sarmate, tutte vergini, non riuscì a frenarsi. Così scrisse a un suo parente: “ Dieci me le sono fatte in una sola notte; in quindici giorni ho fatto diventare donne tutte le altre. Ho fatto quello che ho potuto.“. Il testo latino è molto più crudo. Nel tradurre le espressioni crude mi sono ispirato a modelli linguistici di uso corrente. Si vede che la predisposizione per certe imprese è nel sangue dei galloliguri.
(Foto: “Il vaso o la fanciulla?”. H. Siemiradzki, 1878, catalogo della mostra Alma Tadema e la nostalgia dell’antico, Electa).





