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IL COMUNE SENTIRE CHE FAVORISCE LE POLITICHE INTEGRATIVE

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Di fronte alle differenze di cui è portatore chi emigra, e alle difficoltà della società che accoglie, scuola e politiche integrative dell”Ente locale possono fare molto per spegnere le conflittualità. Di Annamaria Franzoni

Prosegue la riflessione sulla tematica interculturale e si intendono approfondire in termini generali la configurazione, i tempi e gli esiti dei processi integrativi che nella scuola come nella società dipendono da un’articolata serie di fattori e di condizioni.

Un primo ordine di fattori da cui partire rinvia al “divario” che sotto diversi punti di vista esiste tra la società d’origine e quella d’approdo: le caratteristiche fisico-somatiche della popolazione, i sistemi culturali, la posizione nel contesto della divisione internazionale del lavoro…. Altri elementi concernono le caratteristiche specifiche dei soggetti che emigrano: l’età, il sesso, il livello di istruzione, la padronanza della lingua del paese ospite, l’attitudine alla devianza, la condizione di isolamento o la partecipazione ad una migrazione familiare e/o comunitaria. Ad esse inoltre si aggiungono quelle della società che li accoglie: gli orientamenti culturali nei confronti dello straniero, le chance di mobilità sociale, le caratteristiche del mercato del lavoro, la diffusione di pregiudizi e stereotipi sugli stranieri o addirittura di atteggiamenti xenofobi e così via.

In tale contesto la scuola può e deve assumere un ruolo particolare in quanto da essa può emanare un significativo cambiamento concordemente alle politiche integrative a livello amministrativo locale. Tale atteggiamento, infatti, favorisce l’instaurazione di rapporti costruttivi e pacifici, evitando la ghettizzazione o il decentramento di insediamenti dislocati e possibili focolai di conflittualità.

Sebbene la necessità del raggruppamento sia funzionale nelle prime fasi in cui il giovane studente è accolto nella scuola, tuttavia è preferibile che egli fin dai primi tempi si relazioni con gli allievi del paese ospitante per evitare che si crei un enclave distaccato dal resto della popolazione scolastica.
La ghettizzazione dello straniero coincide molto spesso con il coinvolgimento dello stesso con gli strati sociali più bassi della gerarchia sociale, fattore questo che alimenta la segregazione, la povertà e l’allontanamento dalla crescita culturale della società d’’accoglienza.

Sembra utile in tal proposito fare riferimento alla Dichiarazione Universale Dei Diritti Umani, firmata a Parigi il 10 dicembre 1948, promossa dalle Nazioni Unite perché avesse applicazione in tutti gli stati membri, in cui si sancisce che ogni individuo ed ogni organo della società, avendo costantemente presente questa Dichiarazione, si sforzi di promuovere, con l’insegnamento e l’educazione, il rispetto di questi diritti e di queste libertà e di garantirne, mediante misure progressive di carattere nazionale e internazionale, l’universale ed effettivo riconoscimento e rispetto tanto fra i popoli degli stessi Stati membri, quanto fra quelli dei territori sottoposti alla loro giurisdizione.

A tale scopo può essere utile citare i primi due articoli, semplici, chiari, espliciti eppure così
difficilmente applicati:
Articolo 1
Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza.
Articolo 2
Ad ogni individuo spettano tutti i diritti e tutte le libertà enunciate nella presente Dichiarazione, senza distinzione alcuna, per ragioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere, di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione.

 

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