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I partiti, “sale” della democrazia

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Una riflessione sul cambiamento della democrazia, sul meccanismo partitocratico e sulle aspettative del popolo italiano.

Non tutti guardano bene a quello che sta accadendo da un po’ di tempo nel mondo così complesso e confuso della politica. Essa si dimostra sempre più incapace di rispondere ai veri problemi e alle attese della gente. Anche i meccanismi che in questi giorni hanno portato in pochissimo tempo un giovane sindaco a diventare Presidente del Consiglio dei ministri hanno lasciato non pochi perplessi e molto pensierosi. In tanti si chiedono: dov’è la democrazia? La partecipazione attiva dei cittadini? Dove sono i partiti? Ma, soprattutto, cosa sono oggi? Era più soddisfacente la “partitocrazia” di un tempo o gli “pseudo-partiti” di oggi, legati e manipolati dai loro “padroni” di turno? C’è da dire che la perdita della fiducia nei confronti dei partiti è ormai una costante nei sondaggi politici. E, non vi è dubbio, che i partiti abbiano fatto di tutto per meritarsi questa pessima considerazione.

Tanti soldi “rubati” alla povera gente da lestofanti-avventurieri, corrotti e senza scrupoli, gridano vendetta agli occhi di Dio. Purtroppo, però, questa emorragia di credibilità sta trascinando a fondo anche l’idea stessa di democrazia, di cui i partiti sono la nervatura. Nelle democrazie moderne, infatti, uno dei diritti più importati dei cittadini è quello di associarsi per contribuire alla determinazione della vita politica nazionale attraverso i partiti, appunto, e le associazioni sindacali. I partiti politici sono strumenti necessari di partecipazione, espressioni della società civile che, per volontà del legislatore, risultano dotati di alcune funzioni pubbliche, pur non potendosi sostituire all’elettore, unico titolare della sovranità popolare.

L’articolo 49 della Costituzione così recita: “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. Da venti anni a questa parte, però, si sono manifestati dei problemi di “democrazia interna” da parte dei vari partiti o movimenti, i cui aderenti sovente agiscono come “sudditi”. “Fedeli” solo al “capo” e per questo, senza nessun pregio o competenza, meritevoli di diventare ministri o di ricoprire alte cariche istituzionali. Con tutte le conseguenze negative sotto gli occhi di tutti. Non c’è da sorprendersi del fatto che il tema della democrazia nei partiti, legato a doppio filo a quello dei costi della politica e dei mezzi di finanziamento, animi il dibattito politico già dall’indomani della Liberazione e a partire dai lavori dell’Assemblea Costituente.

Quel che sconcerta, piuttosto, è che in tutti questi anni ancora non sia stata trovata una soluzione valida e ragionevole. Anzi, con la personalizzazione della politica imposta dal sistema maggioritario, l’accentramento del potere nei vertici dei partiti è aumentato significativamente e sempre più spesso si assiste ad una sostanziale identificazione fra il leader carismatico di un partito e il soggetto politico che egli guida. E’ dunque fondamentale che i partiti recuperino al più presto la loro funzione di formazione intermedia tra l’individuo e le istituzioni e che se ne definiscano con chiarezza i limiti della sfera di azione, superando così le gravi degenerazioni che hanno portato a una delegittimazione degli stessi e alla negazione della loro stessa utilità. I partiti, per essere rappresentativi, devono tornare ad essere uno strumento democratico in mano ai cittadini, recuperare la vocazione territoriale e ricordare il loro essere “associazione politica”.

E ciò è possibile solo prevedendo istituti che costringano i partiti a darsi ordinamenti interni a base democratica. E’ necessario disciplinare il finanziamento dei partiti e prevedere forme e procedure più adatte ad assicurare la trasparenza e il pubblico controllo del loro stato patrimoniale e delle loro fonti di finanziamento. Si deve, inoltre, assolutamente garantire la partecipazione degli iscritti a tutte le fasi di formazione della volontà politica dei partiti, compresa la designazione dei candidati alle elezioni, il rispetto delle norme statutarie, la tutela delle minoranze. Solo così i partiti potranno essere veramente espressione di cittadinanza attiva e “sale” della democrazia. Tutto questo insieme ad una formazione reale e credibile all’impegno sociale e politico. Senza essere nostalgici e senza rimpiangere le vecchie “scuole di partito”. Esse, però, con tutti i loro limiti, formavano, attraverso lo studio, i futuri politici al bene comune, al dibattito, alle sfide sociali. Oggi, purtroppo, coloro che ci rappresentano, senza studio e senza scuola, sono, in molti casi, dei veri “dilettanti allo sbaraglio”.
(Fonte foto: Rete internet)

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