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I contadini di un tempo che fu, quando la natura non era stata corrotta dagli uomini

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“Di tutte le cose dalle quali si può ricavare vantaggio, nessuna è migliore dell’agricoltura, nessuna è più dolce, nessuna più degna di un uomo libero”. (Cicerone). Parlano vecchi contadini del Vallo di Lauro:

Non ricordo di aver mai osservato ciò che mi circonda come ho fatto negli ultimi anni, il fatto è che molte cose ti passano davanti senza che tu te ne accorga e il tempo che scorre non ti permette di soffermarti su elementi di cui solo in seguito riscopri il valore. Così oggi, a distanza di anni ripenso a mia nonna e alla sua umile esistenza consumata nei campi; di quella instancabile vecchietta i ricordi più nitidi che conservo sono quelli di un’ esile e curva figura a malapena visibile tra i folti alberi di nocciolo che nel periodo del raccolto nonostante il caldo e la fatica di prelevare manualmente i frutti risultava paradossalmente più energica e quando più tardi vennero introdotti i primi attrezzi agricoli allo scopo di facilitare quel tipo di attività ricordo il suo perentorio e secco rifiuto : “Finchè avrò vita e la forza di reggermi in piedi nessun mostro di acciaio mi spodesterà dalla mia terra” …

E non v’è mai stato verso di farle cambiare idea, per una come lei era inconcepibile e forse anche immorale pensare che delle braccia potessero essere sostituite da un fragoroso macchinario. I miei nonni non sono più in vita e le persone che con la quotidianità del proprio lavoro rurale hanno sottolineato il mio percorso di crescita sono ormai canute; così il timore che un giorno esse spegnendosi porteranno via con sè il patrimonio di virtù, saggezza e zelo non è infondato. Non ci si improvvisa campagnoli, la cui anima è plasmata con terra e sudore ed è legata indissolubilmente alla terra. Tali erano i contadini come i miei nonni, o come Aniello Fiore che con la dignità che contraddistingue un uomo dedito al lavoro ogni giorno all’alba e al tramonto a piedi e carico dei suoi attrezzi, percorreva quel tratto di strada che lo separava dalla suo fondo. Non l’ ho mai visto nè triste nè irato: in realtà quell’ uomo dall’ aspetto serafico, trapassato con la stessa serenità che ne ha scandito la vita, riassumeva appieno il concetto di libertà.

E tali sono inoltre i contadini come Potenza Acerra, arzilla 83enne che continua a fare ciò che con abnegazione ha sempre fatto. Potenza è tale di nome e di fatto e guardarla con gambali di gomma e fazzoletto sulla fronte dirigersi, munita di carriola, badile e rastrello, verso il suo noccioleto è un toccasana per l’ anima. “Quando ero piccola la vita non era come oggi – ella racconta – lavoravamo tanto e ciò che si fa oggi è niente a confronto. Adesso ci sono i macchinari e il lavoro pesante lo svolgono essi, prima si faceva tutto con le mani. Ho sempre vissuto in campagna, allevavamo cavalli, maiali, mucche e coltivavamo tutto ciò che si poteva coltivare e che ci serviva per sfamarci. Non compravamo nulla, ma ci alimentavamo con il frutto della terra e del nostro lavoro ed è per questo che siamo cresciuti sani e vigorosi”.

Per quanto si lavorava ciò che si guadagnava in termini economici era poco e le instancabili donne di allora, oltre a occuparsi delle coltivazioni assolvevano al loro compito di massaie occupandosi della gestione della casa e della cura dei figli che in quel tipo di cultura spesso erano numerosi ma che nessuno, nonostante le privazioni, si sarebbe mai sognato di respingere: “Addò mangiano a cinco – mangiano pure a sei “, erano solite affermare le signore di un tempo. “Sono andata anche a scuola, continua poi Potenza – “ho fatto fino alla quinta elementare, mi alzavo alle 5 del mattino perchè prima andavo a dare una mano in campagna e al ritorno da scuola non si pranzava, non c’era tempo per sedersi a tavola perchè il lavoro ci aspettava. Si cenava invece con quello che si era prodotto: verdura, ortaggi, frutta in base alla stagione, il pane di granturco che si faceva in casa. Ricordo che in autunno, il periodo in cui maturavano le zucche, mia madre buonanima ne conservava i semi e guai a chi glieli toccava … rappresentavano per lei l’ opportunità di un guadagno extra, andava a venderli poi a Nola al mercato, e col ‘tesoretto’ che ne ricavava acquistava cose come un filo per stendere la biancheria o oggetti simili. Non avevamo l’ acqua corrente e tutti i giorni, anzi, anche più di una volta al giorno, ci recavamo a piedi in località San Giovanni, a tre chilometri da qui e riempivamo le conche al pozzo.. L’ acqua non andava sprecata ed andava usata per le cose necessarie…prima di tutto per abbeverare gli animali e poi per dissetare noi stessi. Non riuscivamo a lavarci perfettamente ogni giorno perchè l’ acqua non bastava e a volte per il lavaggio dei capelli usavamo – ‘a scolatura d’a colata-. D’ inverno poi, quando le giornate erano corte e piovose io e le mie sorelle ci radunavamo attorno al braciere e mentre mamma filava noi rattoppavamo gli indumenti. Non c’erano i soldi per acquistare i vestiti per cui finchè essi non erano così logori da non poter essere recuperati li indossavamo. Diceva la mia maestra -non importa se andate in giro con abiti rammendati, l’ importante è essere puliti e dignitosi”.

Ancora oggi in questi luoghi resiste sia la coltivazione di noci e nocciole che quella dei prodotti dell’ orto, ma le esigenze della civiltà consumistica hanno favorito purtroppo l’ introduzione di sostanze chimiche, come ad esempio i fertilizzanti, all’ interno delle attività agricole i quali è vero che permettono la crescita delle piante ma ne alterano la salubrità. “Mi taglierei le mani piuttosto che riversare sulle mie piante fertilizzanti chimici o sostanze simili – esclama Potenza – l’ unico fertilizzante che conosco e che uso è il letame il quale oltre ad essere naturale è ricco di principi nutritivi che fanno solo bene alle piante. L’ utilizzo di questi veleni è un abuso ed è causa di inquinamento e di morte. Altera il sapore e disintegra tutte le proprietà benefiche che i prodotti della terra dovrebbero possedere”.

E quando poi le si chiede se è vero che si stava meglio quando si stava peggio lei conclude dicendo: “Era un tipo di vita diverso, oggi si posseggono cose anche superflue e non si è mai paghi. Allora si era felici con poco, si lavorava tanto, ma si conduceva una vita serena. E’ vero che parliamo di periodi differenti e di esigenze di altro genere ed è altrettanto vero che alla mia epoca si era privi di tante comodità a cui oggi sarebbe impensabile rinunciare ma se potessi barattare gli anni della mia gioventù con quelli di oggi non lo farei e mi terrei la mia vita autentica in cui il sacrificio e le privazioni ti offrivano la possibilità di godere delle piccole cose: Sono stati tempi duri e difficili i nostri, ma ringraziamm semp’a Ddio!”.

(Fonte foto: Rete internet)

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