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Quando il cibo fa paura: il caso della Terra dei Fuochi

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Il triangolo della morte e la terra dei fuochi: cresce la paura, l’angoscia, la rabbia nelle terre tradite dalla criminalità. Analisi dei risvolti psicologici e sociali che tale situazione determina nei cittadini campani.

L’hanno definita il più grande avvelenamento di massa, la più grande catastrofe ambientale. Si tratta della vicenda che coinvolge una vasta area territoriale che si estende da Caserta a Napoli dove la criminalità organizzata ha per anni gestito e smaltito illegalmente rifiuti speciali provenienti da tutta Italia. Non è intenzione di questo articolo ripercorrere la storia dei legami più che produttivi che la camorra ha intrattenuto per decenni con il mercato dei rifiuti. Ricordiamo solo brevemente che la camorra ha iniziato ad occuparsi  di rifiuti negli anni ottanta, prima di quelli urbani, e  poi di quelli speciali e pericolosi, più redditizi.

Il vero business era quello dei carichi che provenivano dal Nord: rifiuti chimici, ospedalieri e fanghi termonucleari sepolti in cave di sabbia o nei campi, gli stessi sui quali si coltiva tutt’ora il cibo che è destinato a finire sulle nostre tavole. Non ci dilunghiamo sui particolari inquietanti della vicenda. Già molto è stato detto. L’intento al momento, è quello di analizzare i RISVOLTI PSICOLOGICI E SOCIALI che tale situazione determina nelle persone, nei cittadini campani. L’effetto più immediato è in primis la paura del cibo. E il cibo −ce lo insegnano fin dalla scuole materne− è il nostro "carburante", è la "benzina" –ci dicono− che ci permette di muoverci, di camminare, di parlare, di pensare, che in definitiva ci permette di vivere.

Ma che succede se quella benzina è sporca, puzza, è inquinata, contaminata, se invece che nutrirci ci conduce alla morte? L’effetto, l’abbiamo detto poc’anzi, è la paura del cibo, il timore di nutrirsi, l’angoscia di stare a diretto contatto con ciò che può portarci alla morte, la consapevolezza che il "male", così si chiama ormai il cancro in queste zone, ha bussato alla porta del vicino, del negoziante sotto casa, di quella creatura innocente ancora ignara del suo destino; e che quindi potrebbe bussare anche la nostra. Non ci troviamo di fronte a quei particolari fenomeni psicologi, in gergo noti come "contagio" o "malattia psicogena di massa", cioè l’insorgere di sintomi fisici e psichici simili in un gruppo di persone che si condizionano a vicenda e privi di una vera causa, perché qui la causa c’è, il pericolo è reale, noto e visibile a tutti.

I dati relativi all’incremento vertiginoso di malattie tumorali nei nostri territori ne sono la prova lampante. Inoltre c’è da considerare l’emozione della rabbia e dell’ira che si prova nell’ascoltare le dichiarazioni dei boss, dei “camorristi imprenditori” che per anni, in cambio di cospicue tangenti, sono riusciti a scaricare in Campania centinaia di migliaia di tonnellate di rifiuti. E ancor di più l’irritazione si acuisce e finisce per evolvere in sconforto e delusione nell’apprendere che mentre prima i soggetti che si occupavano dello smaltimento dei rifiuti erano principalmente camorristi, ora importanti e noti imprenditori hanno un controllo quasi monopolistico di alcuni ambiti di questo settore e sono proprio loro che rappresentano il braccio economico dei clan.

Di fronte ad affermazioni di tale spessore, di fronte a una classe politica che s’indigna e promette dei cambiamenti ma che poi nei fatti vanifica quanto va affermando sono comprensibili i nostri sentimenti di rabbia, di odio, di angoscia, di paura per dei pericoli reali. Ed è comprensibile anche la speranza e la fiducia che qualcosa cambi perché pretendere di mangiar sano, o di evitare di essere assaliti dall’angoscia quando si decide cosa mettere nella minestra dei propri figli non è un’utopia ma un diritto!

Attraversati da tali sentimenti, è chiaro quanto sia difficile tenere sotto controllo questo marasma di emozioni: la rabbia, l’angoscia ma soprattutto la paura di rischiare ogni giorno la vita a causa del cibo che paradossalmente dovrebbe permetterci di vivere. Sarebbero fuori luogo, in questa sede, affermazioni stereotipate e teoriche che troppo spesso ci siamo sentiti dire relative a un maggior controllo circa la provenienza dei cibi o la capacità di mantenere il controllo senza lasciarsi sopraffare dall’ansia e dalla paura. L’ansia e la paura esistono, e sono presenti ancor di più nei cittadini campani per ovvie e giustificate ragioni. E sono proprio l’ansia e la paura e la consapevolezza che in tali condizioni non si può vivere che costituisce un ulteriore motivazione per non fermarci, per continuare a lottare, per rivendicare il diritto alla vita.
(Fonte foto: Rete internet)

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