De Matteo racconta la caduta di un uomo “normale” alle prese con una crisi personale ed economica. Tra indagine sociale, realismo e un tocco di grottesco, la storia di un dramma contemporaneo con uno stile asciutto non senza sorprese.
Il film di De Matteo si apre sul tradimento di Giulio (Valerio Mastandrea), impiegato al Comune con uno stipendio misero. La scappatella decreta la fine del matrimonio; la moglie, con due figli al seguito, lo caccia via e da quel momento per l’uomo inizia l’incubo. Costretto a mantenere due famiglie, trova dei lavoretti a nero, chiede prestiti e nel frattempo si riduce a dormire e mangiare nei posti più impensabili.
Amici e famiglia non ne sanno niente, Giulio rimane attaccato alla dignità come ultimo baluardo da conservare mentre tutto il mondo attorno si sgretola. Il tratto portante de Gli equilibristi è la semplicità narrativa. La storia è asciutta, minimale. La mancanza di “scossoni” nella trama (se si esclude la rivelazione iniziale) si rispecchia in uno stile di regia essenziale. L’obiettivo del regista è quello di fornire una testimonianza quanto più verosimile di un dramma attuale, limitando al minimo gli eccessi. La semplicità del racconto non implica la monotonia. Il film è diviso in due tronconi; nella prima metà le vicende di Giulio prendono un colore tragicomico, si arriva a sorridere a denti stretti delle sventure di un uomo comune, precipitato dalla sera alla mattina in un abisso senza casa, senza moglie, senza famiglia e con pochissimi soldi.
Non succede molto, ma De Matteo vivacizza la scena con una spruzzata di grottesco, senza mai perdere di vista il realismo del racconto. L’elemento “drammatico” – il tradimento e l’allontanamento da casa – non sono il pretesto per una tragedia da soap, non ci sono urla, non c’è l’esibizione del dolore, resta il paradosso tra il serio e il faceto di un uomo che vede andare tutto in rovina per un errore. La seconda parte del film è decisamente più drammatica e Giulio svela la sua natura di personaggio tragico e attuale. Il tono della storia segue il percorso del protagonista: mentre Giulio precipita in un mondo fatto di condizioni (e persone) disumane, i toni cupi prendono il sopravvento. Fondamentale per questo passaggio è il volto di Mastandrea, perfetto con la sua maschera naturale malinconica e persa.
De Matteo ci racconta la parabola di un uomo “comune”, piccolo borghese, da una condizione normale ad una povertà contraddistinta anche dalla perdita di dignità e rispetto sociale. Il modello di riferimento è il cinema neorealista dell’età del loro, riveduto e corretto per i tempi attuali e appena più didascalico nello svolgimento del racconto. Al film non manca qualche difetto. Senza mai affondare nell’improbabile e quindi rimanendo fedele ad un ideale simil-realista, il regista calca la mano nel numero di sciagure che si abbattono sulle spalle del povero Giulio. In alcuni passaggi De Matteo sembra perdere il tono da documentario che aveva caratterizzato la prima parte del film, appena rimpolpata da un’ironia amara, e si lascia prendere dal dolore del suo protagonista.
Il risultato è un film che riesce comunque a coinvolgere, appoggiato inevitabilmente sulle spalle del bravissimo Valerio Mastandrea. Viene quasi da chiedersi che film sarebbe stato se l’elemento grottesco non avesse ceduto il posto al dramma con il passare dei minuti. Forse avremmo avuto un film meno potente nell’esposizione di un crollo umano e sociale; meno “doloroso”, ma probabilmente più intrigante.
(Fonte foto: Rete Internet)
Regia di Ivano De Matteo, con Valerio Mastandrea, Barbora Bobulova, Rosabell Laurenti Sellers, Grazia Schiavo, Antonio Gerardi, Antonella Attili
Durata: 100 minuti
Uscita nelle sale: 14 settembre 2012
Voto 6/10

