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Il vero patrimonio della Fiat sono i suoi lavoratori

La Fiat non può ritenersi padrona assoluta della fabbrica e del suo territorio. Impari a restituire quanto ha preso dai lavoratori e dalle loro famiglie.

Dopo le recenti e preoccupanti dichiarazioni dell’Azienda Fiat e l’intervista di Sergio Marchionne su un quotidiano nazionale, si sta creando a Pomigliano d’Arco e nell’hinterland, ancora una volta, un clima di agitazione, di inquietudine, di ansia per il futuro.

E’ vero, come dice l’Amministratore delegato dell’Azienda, che ci sono problemi legati alla crisi economica, al mercato e alla globalizzazione dell’economia. Ma è pur vero che non possono, né devono essere sempre e solo i lavoratori a pagare scelte “subìte” da parte di persone senza scrupoli, che rispondono solo a logiche di un liberismo selvaggio, unico loro dio, che sacrifica le persone e le loro famiglie all’idolo del denaro e della massimizzazione del profitto. La prima e più vasta priorità per l’Italia e per Pomigliano è il lavoro e il diritto a mantenere se stessi e la propria famiglia. E’ qui, e solo qui, che si gioca la capacità di uno Stato di garantire la dignità ai propri cittadini, in una prospettiva di bene comune.

Ed è arrivato il tempo, non più procrastinabile, della solidarietà e della condivisione, da parte di tutti. Anche dell’Azienda Fiat e dei suoi azionisti. La Fiat, anche se ha allargato i suoi orizzonti oltre i confini della Casa-madre, deve imparare a RESTITUIRE ai lavoratori, alle loro famiglie e all’intero territorio quanto finora ha preso nel passato dalla comunità nazionale e locale. Nel vivere sociale, come in una famiglia, nei momenti di grave pericolo, ci si tende la mano e si rimane uniti. Da questa crisi o ci si salva tutti insieme o periremo tutti. La salvezza non può essere per pochi o solo per alcuni. Non si può essere felici da soli! Un vero uomo si realizza e dà senso alla propria vita quando è capace di guardare il volto dell’altro, soprattutto di quello più bisognoso e sofferente.

E tanti lavoratori, oggi, vivono una condizione di vita precaria, la totale incertezza del futuro lavorativo e, di conseguenza, familiare dei propri figli. Vogliono lavorare e hanno diritto, tutti, senza distinzione di sigla sindacale, ad un lavoro dignitoso e sicuro. Un benessere economico autentico si persegue anche attraverso adeguate politiche sociali di redistribuzione del reddito che, tenendo conto delle condizioni generali, considerino opportunamente i meriti e i bisogni di ogni cittadino. La Chiesa nel suo Magistero sociale ricorda a tutti che nel rapporto tra capitale e lavoro è l’uomo il “centro” di tutto il processo economico e che “i mezzi di produzione non possono essere posseduti per possedere, perché l’unico titolo legittimo al loro possesso è che essi servano al lavoro” (Giovanni Paolo II, Laborem exercens ).

E, ancora, lo stesso Papa nella Centesimus Annus afferma: “La Chiesa riconosce la giusta funzione del profitto, come indicatore del buon andamento dell’azienda. Tuttavia, il profitto non è l’unico indice delle condizioni dell’azienda. È possibile che i conti economici siano in ordine ed insieme che gli uomini, che costituiscono il patrimonio più prezioso dell’azienda, siano umiliati e offesi nella loro dignità. Oltre ad essere moralmente inammissibile, ciò non può non avere in prospettiva riflessi negativi anche per l’efficienza economica dell’azienda. Scopo dell’impresa, infatti, non è semplicemente la produzione del profitto, bensì l’esistenza stessa dell’impresa come comunità di uomini che, in diverso modo, perseguono il soddisfacimento dei loro fondamentali bisogni e costituiscono un particolare gruppo al servizio dell’intera società.

Il profitto è un regolatore della vita dell’azienda, ma non è l’unico; ad esso va aggiunta la considerazione di altri fattori umani e morali che, a lungo periodo, sono almeno egualmente essenziali per la vita dell’impresa”. E’ in base a questi principi che la Fiat non può ritenersi “padrona” assoluta della fabbrica o di un territorio. Deve sentirsi parte di una collettività, dialogare, ascoltare, cercare le soluzioni insieme. Non può, non deve “giocare”, con la vita delle persone.

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