Le audaci rotondità del maestro colombiano sono le caratteristiche originali della sua arte, che deve tanto anche alla conoscenza e allo studio dei maestri italiani della tradizione.
Ottanta. Il numero perfetto, il più importante forse, almeno per Fernando Botero. Ottanta sono gli anni compiuti quest’anno dal maestro nato, appunto, nel 1932 a Medellin, nelle Alpi colombiane. Ottanta, un otto e uno zero insieme, sono i numeri “circolari” che sembrano anche la traccia grafica più vicina alle rotondità tanto caratterizzanti la plastica e le figure del maestro.
La sua dimora italiana prediletta, sua seconda patria almeno dal 1983, quando la scelse come luogo privilegiato per la creazione artistica è Pietrasanta, in provincia di Lucca.
La cittadina toscana è la sede, dal 7 luglio al 2 settembre, di "Ferdinando Botero: disegnatore e scultore", mostra personale che intende omaggiare l’artista ottuagenario rimarcando il doppio “impegno” che ha contraddistinto la sua carriera: il disegno e la scultura.
Per Botero, non esiste contrasto tra le due arti. Sviluppati in un proficuo e costante confronto, i due mondi, quello della tela e quello tridimensionale, rivendicano un legame indissolubile, in accordo con la grande tradizione rinascimentale. È lo stesso Botero ad affermare che “la scultura non è altro che un disegno infinito, che contorna la figura da tutte le parti”. Le rotondità naturali delle figure che animano la sua produzione, plastica o pittorica, sono la traduzione in un linguaggio unico e personalissimo del campionario di forme viventi offerte da tutta la natura. Donne opulente, “donne cannone” e animali ipertroficamente dilatati nella mole fisica sono tra i personaggi meglio conosciuti.
Ma la “pesantezza” di quelle Veneri in sovrappeso, oltre il gioco ironico palese, è anche qualcos’altro; sta lì a ricordare quanto il maggior artista sudamericano abbia studiato i maestri del Bel Paese, i toscani, in particolare. La consistenza plastica delle figure di Giotto e la massiccia corporeità dei personaggi di Masaccio: quegli esseri radicati al suolo e che scaricano il proprio peso, quasi scultoreo, per terra, sono, in questo, i precursori del “boterismo”.
Al di là dell’ originalità stilistica del colombiano, l’amore per l’ Italia e per i suoi grandi artisti – una delle “cause” della sua costante presenza nella penisola e del suo soggiorno a Pietrasanta per alcuni mesi l’anno – sono le direttrici che ne hanno influenzato la formazione: lo studio all’ Accademia di San Marco a Firenze lo mise in contatto diretto col Rinascimento. In quel tempo – era il 1953/54 – trascorreva giorni a copiare Giotto, Andrea del Castagno ed altri celebri fiorentini.
La mostra nella cittadina toscana presenta al pubblico più di cento opere, tra disegni, acquarelli e sculture dalle forme inconfondibili, mentre sette bronzi monumentali vengono esposti nella Piazza Duomo e altre dieci sculture nella chiesa di S.Agostino, opportunamente corredate da un ciclo di acquerelli realizzati ad hoc per l’evento.
Disegno e scultura messi in comunicazione per celebrare figure dalla “grassezza” spropositata, in bilico tra gesto ironico e onirico, sempre venate da un’audace, eccentrica ed inedita sensualità marcata Botero.
(Foto: Ferdinando Botero, Ballerina alla sbarra 1988, olio su tela)




