“Tu uccidi un uomo morto” gli gridò Francesco Ferrucci, e condannò il suo nome ad essere, per sempre e forse ingiustamente, sinonimo di “persona che infierisce sui deboli e sugli inermi”.
Maramaldo, il cui nome una maligna combinazione tra il cieco furore dell’uomo e l’ironia beffarda del caso trasformò in un sigillo di infamia e di viltà, fu di bell’aspetto, e di vista tanto corta che usava portare gli occhiali, come “a Napoli si costuma”. I cronisti napoletani si interessarono di lui nel 1523. Egli aveva allora intorno ai trenta anni, ed era così sfrontato da mettere gli occhi e anche le mani su una bella donna che aveva già attirato, e tenuto stretta su di sè, l’attenzione di Prospero Colonna, un tempo grande guerriero, allora ottantenne pensionato, carico di memorie e, soprattutto, di soldi. Il Colonna avrebbe voluto sfidare a duello il giovanotto impertinente: ma, non sostenendolo più le forze, affidò il proprio onore alla lancia di Tommaso Carafa, duca di Cerreto.
Nel corso del duello, gli occhi miopi di Maramaldo riuscirono a vedere che tra le gambe dell’avversario c’era un punto non protetto dall’armatura: in quel varco egli infilò la spada e squarciò mortalmente l’ “anguinaglia” dell’imprudente duca. Nel 1527 Maramaldo e il suo reggimento parteciparono al sacco di Roma e, poichè l’amministrazione imperiale non pagava gli stipendi, tennero in pegno i gioielli e una mitra di Papa Clemente VII fino all’estate del 1529, quando furono convinti a restituirli da Costanza d’ Avalos, principessa di Francavilla, e da Alfonso d’ Avalos, marchese del Vasto. L’opera di persuasione venne sostenuta da un donativo di 12000 ducati, che due anni dopo Maramaldo investì nell’acquisto del feudo di Ottajano: gli Spagnoli lo cedettero per 14000 ducati: un regalo.
Nel ’30 Maramaldo e i suoi “masnadieri”, tra i quali è probabile che ci fossero degli ottajanesi, raggiunsero l’armata imperiale in Toscana e vennero schierati tra le truppe che assediavano Volterra, difesa dai fiorentini di Francesco Ferrucci. Maramaldo e Ferrucci si adattarono subito a quella guerra che si combatteva “a morte”: Ferrucci non “pativa di tenerezza”- lo riconobbe anche il Guerrazzi – , tanto da far impiccare alcuni prigionieri spagnoli e poi perfino un araldo inviato da Maramaldo: e questo, scrisse il Varchi, fu ” un atto veramente che non si usò mai tra i soldati e che fu reputato superbo e crudele, e forse finalmente cagione della morte di Ferruccio”. Il Papa mise una taglia sulla testa del fiorentino. L’odio di Maramaldo venne acceso anche dalle ingiurie che i fiorentini e i volterrani assediati riversavano su di lui dagli spalti, sbeffeggiandolo come ” capitano cieco e ignorante “e storpiando il suo nome in ” maramau “, tra cori di miagolii. Si racconta che un gatto venne dagli assediati appiccato per la schiena alle mura perchè miagolando prolungasse lo scherno.
A luglio Ferrucci lasciò Volterra con tremila uomini per portare aiuto a Firenze. Gli imperiali intercettarono alcune lettere in cui egli indicava le strade che avrebbe seguito per raggiungere la sua città e perciò riuscirono a circondarlo a Gavinana, approfittando anche del fatto che il fiorentino aveva perso del tempo prezioso per saccheggiare il borgo di San Marcello. Nella battaglia di Gavinana cadde anche il principe d’Orange, comandante in capo degli spagnoli vincitori, colpito da tre palle di archibugio: morì all’istante, senza poter “dire Jesus”, come scrisse Paolo Giovio. Nel corso della mischia Maramaldo mise un’altra taglia sulla testa di Francesco Ferrucci.
Che, gravemente ferito, venne catturato da un soldato spagnolo: ma, conclusa la battaglia, Maramaldo ordinò che lo trascinassero ai suoi piedi, nella piazza del paese, e qui dopo averlo ingiuriato, lo colpì al petto, o al viso, con un pugnale, o con una picca, e poi , racconta il Varchi, ” comandò ai suoi – avendo il Ferrucci detto: tu ammazzi un uomo morto -, che finissero di ammazzarlo, o non conoscendo, o non curando l’infinita infamia che di così barbaro e atroce misfatto perpetuamente seguir gli doveva.”
Sul gesto di Maramaldo che conficca la lama nel corpo del prigioniero ci sono testimonianze dirette: la lettera che il Figueroa scrive a Carlo V tre giorni dopo la battaglia, una lettera di Giovio, una di Martino Agrippa. Tutti e tre affermano che Maramaldo ha ucciso Ferrucci per vendicare l’araldo impiccato. Delle ultime parole di Ferrucci scrive solo il Varchi. Quella battuta pronunciata da un moribondo, se non era vera, era però bella: e perciò fu facile far credere che fosse anche vera. Ferruccio era di Firenze: la città era e sarebbe stata madre naturale e spirituale di scrittori abili nel trovare tra le memorie del passato la frase e il gesto che, opportunamente manipolati dalla retorica della Storia, fossero adatti a diventare simbolo e prefigurazione della libertà italiana.
Trentasei anni prima, a Carlo VIII che minacciava di saccheggiare Firenze Pier Capponi aveva lanciato l’avvertimento: “Tu farai suonare le tue trombe, e noi le nostre campane”: le campane che avrebbero chiamato alle armi tutti i fiorentini. Nella galleria di eroi inaugurata da Capponi Varchi fece entrare, giustamente, anche Ferrucci. Invece gli intellettuali amici di Maramaldo, Giano Anisio e Bernardino Martirano, non seppero tutelare l’immagine del valente guerriero: il suo nome è per sempre macchiato dall’infamia, come aveva previsto il Varchi . Bisogna saper comunicare. La Storia è ( quasi) sempre la solita storia.
Nel 1551 Maramaldo vendette il feudo di Ottajano a Ferrante Gonzaga, principe di Molfetta, e condottiero dell’ esercito spagnolo: da almeno dieci anni aveva abbandonato il mestiere delle armi, vinto forse da quella malinconia che colpì tutti i responsabili del sacco di Roma. Intanto, grazie a Leonardo Palma, aveva conosciuto Giovanni Marinoni, il Padre Teatino che rinnovò la cultura religiosa napoletana e in cui tutti riconobbero un Maestro di spiritualità. Le parole di Marinoni aprirono il cuore del guerriero alla meditazione e forse lo aiutarono a liberarsi da ombre e da fantasmi.
L’amico Luigi Iroso ha trovato nelle carte la data esatta della morte di Maramaldo: l’8 febbraio 1554. Il fato, dopo aver bollato il ” colonnello ” con il marchio dell’infamia, volle che la fantasia popolare lo trasformasse a poco a poco in una maschera comica, quella dello smargiasso ghiottone, che Callot rappresentò ” in tunica succinta, con gambe nude, berretto piumato in testa, il viso mezzo coperto da mascherino”.
(>Fonte foto: Rete internet)




