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“FUGA DALLA GELMINI:PER LA VITTORIA:”

Il terremoto d”Abruzzo ha assorbito il dibattito di questi giorni, com”era giusto che fosse. In quel disastro c”entra sì la natura, ma ci sono anche colpevoli. Intanto, qualcuno fugge dalla Scuola italiana:Di Raffaele Scarpone

Caro Direttore,
ora è venuto fuori che i palazzi dell”Aquila sono crollati, perchè gonfiati, in gran parte, di sabbie salmastre o di sabbie di cava non lavate bene e, quindi, di difficile presa col calcestruzzo! Se si fossero rispettate le regole (pilastri, travi, ancoraggi, armature, carico e posa in opera etc.), molto probabilmente, le scosse di terremoto sarebbero state meglio assorbite dalle strutture edilizie e, comunque, non ci sarebbero stati tanti morti. Sòrte uguale a quelle dell”Abruzzo subirono le abitazioni durante il sisma dell”Irpinia, nel 1980. Allora, il ferro impastato nei pilastri antisismici si torse, perchè non era a norma, perchè qualcuno aveva voluto risparmiare (meglio, aveva voluto guadagnare) sulla quantità, sulla qualità, sul peso, sul prezzo.

C”era stato qualcosa di simile anche a San Giuliano ed in altri sfortunati luoghi dove la terra si è scossa –quasi a voler disarcionare un improvvido cavalcante- per il passato. Alla fine sembra che la colpa sia sempre e soltanto degli agenti atmosferici, delle calamità naturali e via discorrendo. Ricordo sempre un proverbio (ma i proverbi continuano sempre ad essere la sapienza dei popoli?) che imparai da bambino: “L”uomo a sè stesso i mali fabbrica e la stoltezza sua chiama destino”.

Direttore, ma tu ti guardi intorno? Vedi quanti delitti commette l”uomo nei confronti della natura? Hai visto alcuni alvei del Somma-Vesuvio, i regi lagni (ma i Borbone si erano lasciati guidare da una scienza idrogeologica o no?): sono diventati –specie in punti dove più alta è stata la speculazione edilizia selvaggia e sono nati vasti agglomerati, senza servizi, senza sottoservizi- delle vere autostrade. Per forza, come si fa ad arrivare con le auto nelle tante case (condonate o non condonate ma tutte in sfregio alla natura) sparse lungo i crinali? Ed hai mai fatto caso, per esempio, allo spessore dei manti stradali?

Pensa che per assegnarne la direzioni a più tecnici –con operazione meramente clientelare- un chilometro di strada è suddiviso anche in quattro o cinque tronconi ed il manto diventa sempre più sottile, altro che asfalto antipioggia! E i materiali usati per le costruzioni, i luoghi prescelti per le stesse costruzioni (quando c”è un piano!)? Sembra di avere a che fare sempre con un Eduardo Nottola (Rod Steiger), un povero De Vita (Carlo Fermariello), uno scialbo sindaco ed un immancabile arcivescovo, giunto a benedire la posa di una prima pietra. Non chiedere chi sono questi signori, li conosci bene: vivono nel film di Francesco Rosi, “Le mani sulla città”, vincitore del Leone d”oro a Venezia, nel 1963. E vivono anche, con nomi diversi, in tanti luoghi della nostra realtà.

Caro direttore, a ben pensarci, poi, non è sempre vero che i corrotti sono sempre e soltanto gli uomini di vertice. Diciamo che essi sono corruttibili (o incorruttibili), come tutti gli esseri umani fino a prova contraria. I corruttori sono quelli che tentano, che ammaliamo, che propongono, che fanno profferte, che venderebbero anche l”anima (o ne comprerebbero ad libitum) pur di ottenere qualcosa di legalmente inottenibile. Si cerca di corrompere per una costruzione incostruibile, per superare un esame a scuola, per vincere un concorso (senza merito), per fruire dei benefici riservati ai portatori di handicap e per altro ancora.

Il finale è sempre quello, come un ritornello, bisogna che cambino gli uomini, le loro teste, i loro valori. In una delle tante trasmissioni televisive seguite al dramma del terremoto del 6 aprile scorso, un intervistato, bene informato dei fatti, ha detto fuori dai denti: “Bisogna pensare prima, piuttosto che piangere dopo”.
Insisto, direttore, più che le parole servono i modelli. In questi giorni di relativo riposo, stavo rileggendo un libro di Alberto Granado, “Un gitano sedentario” (l”autobiografia del ragazzo che viaggiò in moto con Che Guevara) [Sperling & Kupfer Editori, 2004], da cui è stato tratto anche il film “I diari della motocicletta”.

No, non farmi il solito pistolotto; non dirmi che il Che è un simbolo della sinistra, che bisogna essere bipartisan ed altre fandonie tue solite. Le persone perbene stanno dappertutto –come quelle permale, d”altra parte- e se si ha la fortuna di incontrarle bisogna assumerne ogni goccia, ogni alito. Ebbene, nella prefazione, a firma di Gianni Minà, Alberto Granado, ricordando il suo amico, dice: “Ernesto aveva diverse qualità oggi fuori moda, non sapeva mentire mai, non accettava nulla che fosse contrario ai suoi principi e, inoltre, diceva sempre quello che pensava e faceva quello che aveva detto, un atteggiamento raro in un”epoca dove, come dice Eduardo Galeano (scrittore e giornalista uruguaiano, n.d.r.), le parole e i fatti non si incontrano mai e se si incontrano non si salutano perchè non si conoscono.

Mi sembra dunque logico che, in un contesto ostaggio del mercato, delle menzogne di chi ha il potere, del rifiuto dell”utopia, il suo pensiero torni d”attualità frantumando il tentativo del mercato stesso di trasformarlo in un gadget, nell”immagine stereotipata del guerrigliero sconfitto o in un simbolo fuori tempo”.
Non credo ci sia bisogno di altri commenti.

Caro direttore, per finire, il solito riferimento alla scuola. Non so se ti è capitato di leggere una notizia riportata da pochi giornali. I genitori di sette bambini di Muggia (Ts), un paesino attaccato alla Slovenia, preoccupati dalle nebbie prossime della didattica italiana, hanno iscritto i loro figli alla scuola slovena con lingua di insegnamento italiano. Bel colpo! Dopo Fuga da “Alcatraz”, “Fuga per la vittoria”, “Fuga da Los Angeles”, perchè non pensare anche a “Fuga dalla Gelmini”?

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