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Una passeggiata sulle Lave Novelle, per registrare quello che ancora si può tramandare alle future generazioni, nella speranza che non sia solo un ricordo ma un qualcosa di ancora concreto e vivibile. LE FOTO

In un paese dove non si parla altro di quanto sia ricco il proprio patrimonio artistico, vedere con ciclica frequenza il suo disfacimento, per non dire l’annientamento di un patrimonio culturale ritenuto unico solo a parole, dimostra la poca conoscenza che si ha del proprio territorio e di quanto il suo vanto non sia altro che un vuoto stereotipo, né più e né meno dissimile da quello reiterato negli altri paesi.

Nelle nostre passeggiate vesuviane abbiamo spesso incontrato e denunciato (non solo a parole!) il degrado in cui versa il nostro Vulcano, ultimamente abbiamo avuto il coraggio, più che altro la follia, di tornare alle Lave Novelle, nel comune di Ercolano, a valle delle bombe ecologiche dell’Amendola Formisano e di Contrada Novelle Castelluccio. Un luogo in potenza bellissimo, nonostante il fatto di esser stato in passato luogo d’estrazione, dove s’è preso quel basalto che ha pavimentato le nostre strade e che ha reso più belle le nostre case, un luogo che mantiene ancora un fascino tutto suo.

Guardando a oriente, verso il Gran Cono, si apprezza la stratigrafia delle colate laviche, succedutesi nei secoli della storia ardente di questi luoghi, in particolar modo le lave del 79 DC, poste a un livello più basso e di un colore tendente a grigio giallognolo e quelle più recenti, tendenti all’azzurro, quelle del 1872. La cava dà l’impressione d’essere un grande cratere, anche se tale non è, ma il suo aspetto spettrale è rafforzato anche dall’apparente e inusitata assenza di costruzioni, per lo meno non nella confusa logica costruttiva locale, che vuole le une addossate alle altre, in un trionfo di alluminio anodizzato e di cotto pseudo-toscano, di tettoie di plastica e di graffiato cadente, dove l’incompiuto non è certo michelangiolesco, ma sa di affrettato, di attesa, di prossima radicante e impunita superfetazione.

La spianata di cava Montone, la nostra meta, è un settore immediatamente al di sotto della Contrada Novelle Castelluccio, ben nota alle cronache per essere un luogo di veleni, una discarica abusiva che, nonostante telecamere e promesse, continua ad essere adibita allo sfogo del nostro consumismo ipocrita. Suddetta cava si trova una ventina di metri al di sotto del livello della “Contrada” e la si può raggiungere dalla famigerata Via Benedetto Cozzolino, seguendo a monte Via Viola.

All’apice di tale via, a compendio dell’amenità dei luoghi, ci accoglie un presidio della Benemerita, che non è certo lì per noi, poveri sfasulati, in cerca di un territorio perduto, ma a vedetta di qualcuno che ha scelto altre emozioni e altri valori.

Prendiamo a monte il prolungamento di Via Viola, che ora assume i connotati di un’antica via di campagna, lastricata di quei basoli partoriti dalla terra che attraversa. Fermiamo l’auto presso l’ex Orfanotrofio, un relitto dal passato incerto e da un futuro ancor più tristo. La sua struttura dà ad intendere di aver avuto più usi e soprattutto vari ampliamenti, al corpo centrale, probabilmente di fine ‘800, si addossa una fabbrica che sembra più recente, forse della prima metà del secolo scorso (il ‘900) ma la parte forse più antica è quella delle cantine ormai invase dalle lave e dai flussi piroclastici delle passate eruzioni lasciando però un valido esempio di ciò che erano con la bella entrata, lastricata anch’essa in pietra lavica.

L’ex Orfanotrofio, sembra sia stato retto da un ordine di suore francescane fino alla sua dismissione, e che avesse, nel suo ultimo periodo di attività, carattere di convitto per i bambini provenienti da famiglie meno abbienti. Pare anche, secondo testimonianze locali, che terreni ed edificio fossero stati donati alle religiose da una coppia di italo-americani ma le notizie si perdono fumose nell’oblio dei tempi.

Dal cancello dell’antico edificio seguiamo Via Viola verso est, questa si biforca in due, sulla destra ci si inoltra brevemente nelle campagne, fino a uno spiazzo, dove uomini dallo sguardo truce e circospetto, forse gelosi del loro spazio, giocano con i loro aeromodelli, usando il piazzale come pista d’atterraggio. Io e la persona che m’accompagna, leviamo occasione, lasciamo le persone serie a giocare e prendiamo la deviazione di sinistra, per andare a perder tempo in mezzo alle sterpaglie di Cava Montone.

Via Viola diviene ora una stradina dilavata dalla pioggia, costellata di rifiuti d’ogni genere e d’ogni età, giungiamo in una piana ampia; alle nostre spalle, a ovest, giace Partenope col suo Golfo e di fronte a noi, incorniciato in basso dalle lave, il Vesuvio; verso destra invece, sul versante meridionale, la cava prende la sua massima profondità che attende di essere riempita dagli innumerevoli camion che vi scaricano detriti d’ogni genere e che testimoniano la loro presenza col tracciato dei loro pneumatici e lo scarico dei loro putridi ventri. Vaghiamo in senso opposto, io e il mio amico, per cercare la vera ragione della nostra passeggiata, i resti di una villa romana, segnalata negli anni ottanta (9 giugno 1983) proprio in quel luogo, sembra che la costruzione di un edificio abbia rivelato l’esistenza del sito, che palo!

Vaghiamo come due anime del purgatorio, camminando su un manto di sterpi e rovi rinsecchiti dalla stagione invernale, e che spesso celano, al di sotto del manto erboso, i residui di anni di scarichi; i miei scarponi scricchiolano sui mattoni e sui calcinacci che non vedo ma sento, spesso rischio di perdere l’equilibrio, ma non sono le cadute che temo; più in là, a una ventina di metri scorgo un ammasso di eternit. La storia continua! Ormai l’amianto qui pullula più dei funghi e delle more. Mi allontano e vedo il mio compagno d’avventura, un architetto appassionato di storia locale, che mi indica qualcosa, è in un avvallamento che sembra il cratere di un esplosione, del tipo di quelli che lasciano le bombe gettate dagli aerei, ma per fortuna gli unici aerei che sentiamo sono i modellini che ci ronzano sulla testa. Col sole del tramonto in faccia, scorgo con difficoltà ciò che resta di un’antica struttura, ma le mura in opus reticolatum mi fanno capire che eravamo nel posto giusto.

Dall’alto del fosso ammiriamo muti il nostro passato, la nostra storia seppellita dallo sversamento delle benne e dei cassoni dei camion che seguitano a rigurgitare materiale edile sui laterizi e i tufelli di duemila anni fa; i copertoni, le lamiere, i teloni di plastica e tutto lo scibile dell’umano scarto ricoprivano ciò che solo un occhio esperto e allenato sapeva riconoscere e compiangere.

Siamo riamasti là, senza sapere che fare, prima a discutere, poi a farfugliare e poi ammutoliti da tanto contrasto, il nulla del rifiuto e l’ancestrale presenza di quei resti, rimanemmo fin che potemmo, a pensare e ad osservare.