Ieri la polizia ha sequestrato a Trentola Ducenta un terreno coltivato in cui i clan casalesi riversavano rifiuti tossici spacciandoli come concime organico. Esattamente com’è accaduto ad Acerra, dove ora regna il disastro ambientale.
Caserta come Acerra. Terre molto simili tra loro, stessa ecomafia. Ieri un’importante operazione della polizia ha fatto venire alla luce un grande terreno agricolo di Trentola Ducenta in cui gli uomini del clan Bidognetti, con la complicità dei soliti colletti bianchi, hanno scaricato una valanga di rifiuti tossici provenienti dalle fabbriche del nord.
Veleni spacciati come concime per i campi. Esattamente com’è accaduto sei anni fa ad Acerra, venti chilometri a est di Trentola. Anche qui rifiuti tossici spacciati come “innocuo” compost organico, migliaia di tonnellate di veleni rovesciati sui campi coltivati. Emblematico in questo senso è il processo di primo grado su uno dei disastri ambientali più gravi degli ultimi anni, che sta per volgere al termine. Il prossimo 29 novembre il pubblico ministero della Dda, Maria Cristina Ribera, leggerà la requisitoria finale nel processo scaturito dall’operazione dei carabinieri “Carosello-Ultimo atto”, che culminò nel 2006 con l’arresto di un’organizzazione che portava i rifiuti tossici ad Acerra, trasformandoli poi in finto concime.
Tra i principali imputati ci sono quelli che sono stati definiti i signori delle immondizie d’ogni sorta: Salvatore, Cuono e Giovanni Pellini, imprenditori del traffico di rifiuti. Alla sbarra ci sono altre 36 persone. Tra loro carabinieri, personaggi legati al clan Belforte di Marcianise, tecnici comunali. Un gruppo che secondo la magistratura inquirente tra il 2003 e il 2005 ha riversato sui campi milioni di tonnellate di rifiuti tossici prelevati dagli stabilimenti chimici di Porto Marghera e da altri impianti sparsi in tutto il nord Italia. Sostanze trattate in una struttura costruita nei pressi della scuola elementare del rione Gescal, il “Congo” di via Buozzi, rione ghetto popolato da centinaia di famiglie. Secondo quanto sostenuto dalle forze dell’ordine questa valanga di veleni è stata cosparsa su gran parte dei fertili terreni della provincia a nord di Napoli.
Terriccio killer spacciato come concime: una gigantesca truffa, secondo il pm Ribera. Il traffico illecito di rifiuti è stato stroncato dai carabinieri del Nucleo Operativo Ecologico, il Noe di Roma. Militari che nell’ambito dell’operazione sono stati costretti ad arrestare anche due loro colleghi: il comandante della stazione di Acerra, il maresciallo Giuseppe Curcio, e un altro sottufficiale delegato dalla procura di Nola a effettuare le prime indagini, tale Vincenzo Aldonisio, entrambi sotto processo con l’accusa di aver manipolato i verbali degli interrogatori dei Pellini. Imputato anche l’ex capo dell’ufficio tecnico del comune di Acerra, il geometra Pasquale Petrella, ora in pensione: è considerato dal pm Ribera l’uomo dei Pellini in municipio per le questioni legate alle modifiche urbanistiche. In base alle indagini uno di questi “aggiustamenti” portò al cambio di destinazione d’uso di un terreno in contrada Lenza Schiavone, al confine con la vicina Maddaloni.
Dopo il cambio di destinazione, e grazie alle autorizzazioni ottenute dal Comune e dalla Regione, il terreno di Lenza Schiavone diventò una collina di schifezze che nei terribili anni della più grave emergenza di sempre flagellava con i suoi miasmi un’area molto vasta. Intanto il compost assassino è ancora lì, nei campi che tuttora producono ortaggi. Di bonifica neanche a parlarne . Proprio come nel Casertano, dove la Coldiretti denuncia “l’assenza di politiche amministrative tese al risanamento dei campi dopo la scoperta dei traffici criminali”.
(Foto generica. Fonte Internet)






