Domenico Morelli: il Senatore pittore, tra Romanticismo e Risorgimento

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Il pittore napoletano fu uno dei massimi rappresentati del Romanticismo italiano: nella sua pittura di storia erano sedimentate le istanze patriottiche tipiche dell’arte italiana risorgimentale.

“Una delle glorie più fulgide dell’Italia nostra, il suo più luminoso pittore, che altrettanto cristiano nell’arte come nella vita, seppe con l’animo del credente penetrare in regioni non mai vedute e che nessuno vedrà altrimenti, fuorché con gli occhi della fede”.

Iniziava così la commemorazione pronunciata da Giuseppe Saracco, Presidente del Consiglio dei Ministri nel 1901, in ricordo di un uomo considerato “genio imaginoso”: Domenico Morelli, infatti, “onore e vanto dell’arte moderna italiana” e senatore del Regno d’Italia nella XVI legislatura, era morto il 14 agosto del 1901, “nella pienezza della sua gloria, non senza alcuno di quei contrasti che accompagnano la vita degli uomini che ottengono fama nel mondo per diritto di conquista”. Nato a Napoli nel 1826, il Morelli calcò la scena della pittura nazionale nella seconda metà dell’Ottocento, sperimentando le innovazioni tecniche e iconografiche che segnarono questo intenso periodo storico.

I suoi primi dipinti, risentendo dell’insegnamento ricevuto – all’Accademia di Belle Arti di Napoli nel 1836 era stato allievo dei pittori Costanzo Angelini e di Camillo Guerra- ricalcavano la consunta iconografia tanto in voga alcuni decenni prima ed erano permeati dai principi del rigoroso stile accademico. Solo dopo gli studi Domenico Morelli si aggiornò alle nuove tendenze aprendosi ad uno stile internazionale: segnato dall’ideale romantico, il Morelli portò a Napoli una ventata di freschezza nell’ambiente stagnante dell’Accademia partenopea. Il Morelli rimase incantato dalla nuova filosofia: irrazionale, solitario, stravagante, quello dell’eroe romantico era un mito che conquistò il pittore durante i suoi viaggi di studi.

Rimase folgorato dal più romantico di tutti: Lord Byron, divenne il suo compagno di viaggio verso quel percorso che porta il pittore napoletano ad una ricca tematica a soggetto letterario, religioso e simbolico. La conversione pittorica mutò il tono della sua arte: divenuto tipicamente romantico, il Morelli caratterizzò la sua produzione dell’epoca con un interesse psicologico e letterario del soggetto, sempre contrassegnato dalla ricerca di effetti teatrali e drammatici. Ma la curiosità per l’innovazione lo spinse sempre oltre: negli anni cinquanta entrò in contatto con i Macchiaioli e la sua pittura cambiò ancora. Il verismo divenne la nuova cifra stilistica dell’arte di Morelli, aggiornata a quel realismo pittorico made in Italy che, sotto certi aspetti, precorreva la rivoluzione impressionista.

L’opera “Gli Iconoclasti” (foto) è presentata alla mostra borbonica del 1855, divenendo immediatamente il manifesto della nuova tendenza del suo verismo pittorico. Il capolavoro, conservato al Museo di Capodimonte, ripercorre la vicenda del monaco bizantino San Lazzaro che, al tempo delle persecuzioni iconoclaste dell’VIII secolo, viene scoperto a dipingere immagini sacre: per il reato commesso la pena è il taglio della mano. Nella rappresentazione simbolica del martirio sono sedimentati gli ideali liberali abbracciati da Domenico Morelli: l’insofferenza degli intellettuali verso le repressioni borboniche trovano libero sfogo nella rappresentazione pittorica del capolavoro napoletano che si fa espressione delle istanze risorgimentali soffocate nei moti del 1848.

E così un avvenimento contemporaneo rivive attraverso la metafora della Storia, suggellato nella grandezza della pittura patriottica del futuro Senatore del Regno.
(Fonte foto: Rete Internet)

 

STORIE D’ARTE

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