In un appezzamento di Acerra sono state sepolte persino bombole di ossigeno. Scattato il sequestro dopo la denuncia delle Guardie Ambientali.
Un’area di tremila metri quadrati nei terreni vicini alle coltivazioni. All’interno, sotto la superficie, rifiuti ospedalieri e scorie tossiche di origine industriale. Ci sono perfino intere bombole di ossigeno nell’ennesimo mostro chimico denunciato dai volontari delle Guardie Ambientali di Acerra. Una discarica abusiva quindi sequestrata, ieri mattina, dalla polizia municipale. Il terreno sigillato si trova il località Tappia, proprio accanto a un sito di smaltimento di rifiuti liquidi tossici sequestrato anni fa, durante lo scandalo fatto emergere dall’inchiesta Carosello Ultimo Atto, il traffico di rifiuti tossici smascherato dai carabinieri del Nucleo Operativo Ecologico di Roma, nel 2006.
Sempre vicino alla discarica abusiva scoperta ieri ce n’è ancora un’altra, stavolta all’interno di un capannone industriale. Qui, sotto il pavimento di calcestruzzo, tonnellate di plastiche bruciate portate alla luce dalle ruspe, inviate sul posto dai carabinieri della stazione locale. Anche ieri, per scoprire l’ultimo bubbone, ci sono volute le ruspe. Sulla discarica attigua a via Tappia, una strada che collega la periferia nordoccidentale di Acerra con Afragola e Caivano, la polizia municipale, coadiuvata dai carabinieri di Acerra, al comando del maresciallo Vincenzo Vacchiano, e dai poliziotti del vicino commissariato, diretti dal vicequestore Pietropaolo Auriemma, ha fatto portare una pala meccanica.
Poco dopo le 10 e 30 dalle operazioni di scavo, sotto gli occhi dei tecnici dell’Arpac, è spuntato di tutto e di più. Scarti di fonderia di colore blu, nero e marrone chiaro, bidoni di quelli utilizzati dai laboratori di analisi e dagli ospedali. Persino grandi bombole di ossigeno. Ci sono vaste coltivazioni agricole a pochissima distanza da questo terreno, recintato su tre lati con un muretto di cemento molto basso. Campi che sono ubicati in un contesto visibilmente compromesso. La presenza di rifiuti tossici all’interno dell’area appena scoperta era stata segnalata tempo fa sia alla polizia che ai carabinieri dai volontari delle Guardie Ambientali, Alessandro Cannavacciuolo e Antonio Montesarchio in testa. Alessandro è il figlio ventiseienne dei pastori le cui greggi furono sterminate dalla diossina mentre Antonio è un impiegato in cassa integrazione della Montefibre, lo stabilimento chimico la cui gestione è stata nel tempo messa sott’accusa dallo stesso Antonio.
Intanto il gigante Montefibre è fermo da anni per una crisi irreversibile. Ma i volontari delle Guardie Ambientali non stanno zitti un attimo. Nell’ultima denuncia depositata presso i presidi cittadini delle forze dell’ordine hanno fatto nomi e cognomi. Hanno scritto che il terreno di via Tappia, di proprietà di un anonimo signore napoletano, è stato riempito di schifezze d’ogni sorta da una nota ditta locale che lavora nello smaltimento dei rifiuti speciali. Impresa i cui titolari sono già stati condannati in primo grado per traffico di rifiuti. “Sono stati loro – sostengono Cannavacciuolo e Montesarchio – a prendere i rifiuti estratti da alcuni siti “bonificati” e a metterli a pochi chilometri di distanza nel terreno intestato a un cittadino di Napoli”. Le Guardie Ambientali affermano di aver sorvegliato la zona di via Tappia continuamente. “Abbiamo seguito i camion, i loro movimenti: questa discarica tossica è il frutto dell’ennesimo traffico di veleni”.





