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Cronache ottajanesi: San Severino in festa e la storia di un capolavoro che aspetta di tornare a Ottaviano

Una contrada, i monaci di San Severino e Sossio, le cantine scavate nel tufo. La festa in onore di S.Francesco ricorda i valori della cultura contadina. Un quadro, una storia, la proposta di riportarlo a Ottaviano, come documento della gloria della città.

Sabato 4 ottobre il quartiere San Severino ha festeggiato San Francesco con i riti religiosi e con una festa di canti fuochi e folla entusiasta. La parte musicale è stata affidata alla cura di Saverio Xavier Miranda, alla splendida voce di Benedicta Maione, che si è esibita con Elena Prisco e Maria Sepe, e a una batterista giovane ma già esperta, Rosemilia Miranda. Prima che incominciasse il concerto, una ragazza (vedi foto) ha letto, sul nome della contrada e sulla devozione degli abitanti per San Francesco, poche, ma interessanti e inedite notizie storiche, che provengono dai registri dell’ Archivio di Napoli.

Un documento del 1745 dice che in località “Toppa di San Severino” c’era una “cappelluccia” con l’immagine di San Francesco, davanti alla quale i contadini celebravano il 4 ottobre una festa rituale per stornare il malaugurio dalla vendemmia , dai mosti, e, soprattutto, dalle castagne – le preziose castagne di Ottajano – alimento fondamentale per la tavola degli umili. Non si sa quando iniziò l’usanza della festa, ma nell’autunno del 1870 il sindaco autorizzò i “signori Rizzi e Saggese”, proprietari di masserie a San Severino, a occupare una parte della strada, allora sterrata, per la “solita cerimonia” in onore di San Francesco.

Il nome fu dato alla contrada dal Convento napoletano di San Severino e Sossio, a cui nel 1119 la famiglia feudale di Ottajano donò i vigneti e i castagneti più belli del luogo, con l’ “ utile possesso” di pozzi, cisterne e “cellari”. Nei due secoli successivi i monaci alienarono, a vario titolo, le terre coltivate, ma tennero per sé, per molto tempo ancora, le cantine scavate nel tufo, che affittavano ai produttori e ai mercanti di vino non solo di Ottajano, ma anche di Palma, di Nola e di Lauro: i “cellari” superstiti dimostrano ancora oggi quanto sia preziosa la frescura garantita dal tufo. Su queste cantine ipogee, che ospitarono non solo le botti di vino, ma anche briganti e camorristi a cui non giovava la luce del sole, fu costruita la leggenda delle gallerie che collegavano la contrada a Palazzo Medici.

Hanno contribuito al successo della festa gli artisti citati all’inizio, gli abitanti tutti del quartiere, gli spettatori, e, ultimi, ma non ultimi, gli organizzatori, Vito Aprile e Andrea Prisco. Andrea ha entusiasmo, Vito è un Aprile di poche parole. Entrambi hanno idee e spirito di iniziativa. Vanno incoraggiati e sostenuti.

Il quadro la cui immagine apre l’articolo ha una bellissima storia. Prima di tutto è un capolavoro: nessuno di quegli aggeggi che oggi si usano per fotografare riuscirebbe a rendere compiutamente lo splendore cromatico dell’opera, né la profondità del cielo, né le vibrazioni atmosferiche, né la perizia con cui i vari toni della terra di Siena rendono luminosa e maestosa la massa della Montagna. Il 10 novembre 1776 si celebrarono nel Palazzo Medici, su dispensa della Curia nolana, le nozze tra Maria Giovanna, sorella del Principe di Ottajano Giuseppe III Medici, e Sigismondo Chigi Farnese, banchiere amante dell’arte (forse è lui il Chigi ritratto dal Matteini, vedi foto).

Giuseppe III volle che la sorellina conservasse nella villa romana sulla Salaria o nel palazzo di Ariccia un ricordo del palazzo degli avi e della Montagna, e perciò incaricò Pierre Jacques Volaire di dipingere, sullo sfondo del Somma, la scena degli addii: i due sposi, scortati da servi e da muli carichi di bagagli, si accingono a partire e salutano il principe Giuseppe e la moglie, Vincenza dei Caracciolo di Avellino. Quando la collezione Chigi venne messo in vendita, sul finire degli anni ’50 del sec. XX, il quadro venne acquistato dal più grande degli anglisti italiano, Mario Praz, appassionato collezionista di dipinti in stile Biedermeier, con scene di interni e di “affetti” famigliari.

Mario Praz lo attribuiva a Pietro Fabris, ma oggi pare più ragionata l’attribuzione a Pierre-Jacques Volaire proposta da Nicola Spinosa, e sostenuta dalla Causa Picone.
Dopo la morte di Praz il quadro divenne proprietà dello Stato. Proposi ad altri sindaci, e propongo al sindaco di oggi, di far sì che il quadro torni a Ottaviano attraverso un protocollo di affidamento. Questo capolavoro, documento prezioso del prestigio dei Medici e dunque della città di Ottajano, è probabile che sia stato pagato con gli 800 ducati che gli Ottajanesi versarono, con assai scarso entusiasmo, nelle casse di Giuseppe III, come “adiutorio” per le spese.
(Foto: P.J. Volaire, Palazzo Medici di Ottajano, 1776-77)

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