Il Disturbo da Deficit Attentivo con Iperattività (ADHD) è un disordine dello sviluppo neuropsichico del bambino e dell’adolescente caratterizzato da inattenzione e impulsività/iperattività.
Inattenzione, impulsività, iperattività motoria. Questi sono solo alcuni dei sintomi che presentava Armando. Sintomi ai quali fu data una precisa etichetta: "Disturbo da deficit di attenzione/iperattività" meglio conosciuta con ADHD. La diagnosi fu fatta quando Armando era piccolo, e da allora, da circa 9 anni prende quotidianamente psicofarmaci.
La madre Stefania li andava ad acquistare in Svizzera quando qui in Italia non erano ancora autorizzati. Armando è uno dei protagonisti del documentario di Stella Savino, distribuito nelle sale quest’estate e che prova a raccontare, attraverso un confronto tra diversi Paesi, come oggi viene diagnosticata e curata l’ADHD. Il disturbo da deficit di attenzione/iperattività è un disturbo del comportamento che include difficoltà di attenzione e concentrazione, di controllo degli impulsi e del livello di attività.
Per quanto riguarda le cause, si tratta di teorie molto controverse. Alcuni parlano di una causa organica; altri propendono per l’ipotesi genetica. È molto frequente infatti trovare nei bambini con ADHD, genitori con una storia di disturbi simili o più in generale con disturbi del comportamento o dell’umore. A questo proposito anche il ruolo delle figure educative appare emblematico. È stato dimostrato che nei genitori di bambini con disturbo da deficit di attenzione/iperattività si riscontrano frequentemente modalità educative e relazionali inadeguate in cui sembrano dominare ambiguità e incoerenza. Questo non significa assolutamente che il modo di educare un bambino determini il disturbo, semmai che in un soggetto che già manifesta sintomi tipici del disturbo si innestano modalità interattive ed educative inadeguate che concorrono ad aggravare il quadro.
Un aspetto che deve far riflettere e che viene sottolineato nel film/documentario su citato sono le percentuali delle diagnosi tra un Paese e l’altro: l’11% di casi negli USA e meno dell’1 per cento in Italia. In America sono spesso gli insegnanti ad avanzare la diagnosi e a dire ai genitori di far esaminare il bambino da un medico di base che spesso somministra una terapia farmacologica, generalmente a base di atomoxetina o metilfenidato. In Italia, non è così, anzi il Ministero ha predisposto un registro per regolamentare questa questione.
Nello specifico, si prevede che l’autorizzazione all’immissione in commercio del metilfenidato in Italia, dispensabile dal SSN, rende necessario il monitoraggio dell’uso di questa sostanza nella popolazione pediatrica che ne fa uso al fine di garantirne l’accuratezza della prescrizione, la sicurezza d’uso e verificare il beneficio della terapia. È importante sottolineare che in questi casi l’intervento farmacologico da solo non basta! Quando è davvero necessario e indispensabile somministrare farmaci al bambino, a questi è sempre importante affiancare interventi di tipo psicologico e psicoterapico coinvolgendo i genitori.
In breve, convivere con la farmacoterapia vuol dire essere capaci di offrire al bambino e ai suoi genitori un tipo di aiuto che cerchi di potenziare con mezzi psicologici l’effetto positivo del farmaco e che lavori per cercare di evitare l’uso eccessivamente prolungato di una medicina e prevenire i rischi di dipendenza. Naturalmente prima di "etichettare" un bambino come ADHD e somministrargli farmaci perché non sta attento, non ascolta, è sempre attivo e non ha voglia di stare seduto, è sempre meglio indagare a fondo le possibili cause dell’instabilità motoria e degli altri tipi di difficoltà per valutare se alla base ci siano problemi sociali, familiari, nel gruppo dei pari.
(Fonte foto: Rete Internet)

