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L’ennesimo duro colpo per la cultura mondiale. La notizia viene da Houston, Texas, dove è stato deturpato un quadro di Picasso. Ora basta con i vandalismi, beni culturali e opere d’arte sono patrimonio di tutti.

È di qualche giorno fa la notizia dell’ennesimo sfregio di un’opera d’arte. Si tratta della “Donna sulla poltrona rossa” di Picasso, del 1929. Uno sconosciuto individuo, che le autorità texane stanno cercando di identificare, si è avvicinato al quadro, alla Collezione Menil di Houston, e ha disegnato un toro e una scritta (“conquista”) con della vernice rossa spray. Il tutto è stato filmato da un visitatore che, prontamente, ha ripreso la scena. Fortunatamente il danno non è irreparabile, ma non si sa quando il dipinto potrà tornare in mostra. Intanto, l’imbrattatore resta a piede libero.

La notizia fa tornare alla mente lo scandalo della “Pietà” di Michelangelo, deturpata, con quindici colpi di martello, il 21 maggio 1972 da Laszlo Toth, un geologo australiano di 34 anni che si proclamava “Gesù Cristo, risorto dalla morte”. Parole di un folle, il cui gesto, se non fosse stato per un minuzioso intervento di restauro, avrebbe rovinato per sempre uno dei più grandi capolavori della scultura occidentale.

Ma l’indignazione non si limita a questi soli due casi esemplari. Restano infatti spesso impuniti i centinaia di graffiti o le migliaia di scritte sui muri e sulle statue, spezzate, dei monumenti e delle chiese d’Italia e del mondo. Non gesti folli o “artistici”, ma vero e proprio menefreghismo nei riguardi dei “tesori dell’umanità”. Cose non dell’altro mondo ma del nostro, come ben sottolineava Valerio Esca in un articolo uscito tempo fa sul Mattino di Napoli.

Proprio nel centro storico della città partenopea, mutilazioni e amputazioni di statue, scritte sui muri e “pallonate” sono all’ordine del giorno. Ne sa qualcosa l’effige di Alfonso V d’Aragona, sulla facciata seicentesca del Palazzo Reale, in Piazza Plebiscito, le cui dita sono state ripetutamente distrutte e poi ricostruite nel corso degli anni. E non solo. Raid vandalici, come li definisce Esca, hanno interessato anche il Busto di San Gennaro, all’esterno della chiesa di Santa Caterina a Formiello, amputato delle mani in seguito a colpi di bottiglie e lancio di sassi. Sulle mura della Basilica di San Paolo Maggiore e della chiesa di San Pietro a Majella, invece, sono state dipinte delle “porte” per alcuni campi da calcio amatoriali, allestiti un po’ ovunque in città dai bambini e dai ragazzi napoletani.

Tesori sfregiati, il cui valore storico-culturale non è compreso. Occorrerebbe educare tutti ad apprezzare e conoscere l’eredità che la storia ci ha lasciato o, come tuonava a suo tempo Antonio Pariante, “ognuno dovrebbe insegnare ai propri figli il rispetto per gli altri e per i beni culturali, che andrebbero apprezzati e non distrutti a bottigliate”. Bisognerebbe far capire a tutti, giovani e meno giovani, che quelle statue e quei monumenti sono il nostro patrimonio culturale, l’unica cosa che ci lega effettivamente al nostro passato. Testimonianze storiche che ci permettono, oggi, di scoprire gli usi e i costumi delle società che ci hanno preceduto; capolavori d’arte che vanno preservati, non certo a suon di scritte e pallonate.
(Fonte foto:Rete Internet)