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Cifre a sei zeri: tutti i record dei campioni dell’arte

L’avvenuta vendita del disegno di Raffaello per quasi 37 milioni di euro è solo l’ultimo caso avvenuto nel mondo dell’arte. Al primo posto tra le opere più care è “L’urlo” di Munch.

Diciassette minuti infuocati, scanditi da scambi di offerte e immediate controproposte al rialzo: un’asta da record che ha infiammato il parterre di Sotheby’s a Londra, lo scorso 5 dicembre, si è conclusa dopo una gara a quattro che ha incoronato vincitore il nuovo proprietario della “Testa di apostolo”, disegno in gesso nero di Raffaello (1483-1520), proveniente dalla Collezione del Duca di Devonshire. A chiudere l’evento clou della serata londinese, l’ultimo rintocco del martelletto del banditore sanciva la conclusione del “match” con un responso con tanto di applauso della platea, come nelle migliori sfide risolte all’ultimo respiro: sono 29,7 i milioni di sterline (36,6 milioni di euro), sborsati dall’acquirente telefonico per aggiudicarsi il capolavoro dell’urbinate, triplicando la stima di lancio, che si aggirava intorno ai dodici milioni, cinquecentomila e rotti euro.

Il cartone di Raffaello è stato venduto superando, seppure di poco, il precedente record detenuto da un lavoro su carta eseguito dall’artista, stabilito solo tre anni prima – il disegno rappresentava una Musa -venduto da Christie’s Londra l’ 8 dicembre 2009, per 29,1 milioni di sterline.
Di certo, l’arrivo in asta di opere dei maestri del Rinascimento di tale portata è evento raro: è comprensibile come un avvenimento tanto gustoso per i collezionisti ottenga risultati così impressionanti, confermando un trend economico che, per i maestri dell’arte mondiale, non conosce alcuna crisi. Si pensi all’arte contemporanea: in un’asta tenuta presso la casa londinese, nel novembre scorso, sono stati proposti pezzi unici di Jackson Pollock, Mark Rothko, Andy Warhol, Franz Kline, Arshile Gorky, Hans Hoffman, Robert Motherwell e Wade Guyton; insomma, oltre mezzo secolo di storia dell’arte è passato in una sola giornata davanti agli occhi dei presenti, in una collezione da far girare la testa ai direttori di ogni singolo museo del mondo.

Quadro più costoso della serata: “No.1 (Royal rosso e blu)” di Rothko, che ha incassato 75,122,500 di dollari, innescando una competizione vivace tra cinque offerenti, partiti dalla stima di 35-50 milioni di dollari. Fiumi di denaro per chi investe in capolavori d’arte. Eppure la somma non si avvicina nemmeno al top lot di sempre. La cifra più cara mai raggiunta da un compratore per sfoggiare alla parete (si fa per dire) un quadro d’autore è di 119,9 milioni di dollari (anche se, considerando l’inflazione, in passato sono stati venduti dei quadri che ad oggi supererebbero di molto questo valore, come mostrato nella speciale classifica stilata dall’ Economist). Il record è stato stabilito il 2 maggio 2012 da una delle quattro versioni esistenti de “L’urlo” di Edward Munch (1863-1944), dipinto- icona realizzato ad olio, tempera e pastelli su cartone, in cui l’artista riversava i suoi tormenti, dando loro una consistenza colorata e filamentosa.

Secondo la “costosa” graduatoria redatta dal settimanale inglese, è Pablo Picasso a vantare il maggior numero di capolavori da top ten: il maestro cubista è presente in seconda posizione con “Nudo, foglie verdi e busto”, venduto nel 2010 a 106 milioni di dollari e oggi valutato oltre 111, seguito da “Ragazzo con pipa” (venduto nel 2004 per 124,3 milioni di dollari) e “Dora Maar con il gatto”, il ritratto della sua amante realizzato nel 1941 e comprato nel 2006 per 95,2 milioni (oggi il suo valore è stimato a 106,4 milioni) da un anonimo collezionista russo. Nei primi dieci ci sono anche il capolavoro di Gustav Klimt “Ritratto di Adele Bloch-Bauer II” (sesta posizione), e il “Ritratto del Dottor Gachet” di Vincent Van Gogh (nona posizione).

Investimenti di capitali tanto ingenti nel settore artistico sono, dunque, un fatto acquisito su cui, spesso e volentieri, i “comuni mortali” s’interrogano. A questo proposito, va valutato l’aspetto economico, legato ad un business multimilionario che ha margini di crescita entusiasmanti per qualsiasi manager che può permettersi un Monet; quello storico-artistico, quando nell’opera è sedimentato il segno più emblematico dell’epoca che l’ha prodotto; e quello emotivo, per le intrinseche sensazioni che solo certi capolavori sanno veicolare. È evidente che, in realtà, non può esistere un unico motivo per spiegare certe cifre. Su questo assunto sarebbe certamente d’accordo il neo proprietario de “L’urlo” di Munch: c’è da credere che risponderebbe ad ogni obiezione sollevando non una, ma 120 milioni di buone ragioni.

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